Ven. Gen 23rd, 2026

Speranza, amore e perdono: l’omelia del Vescovo Roberto per la Santa Famiglia e la chiusura del Giubileo 2025


Nella solennità della Santa Famiglia, domenica 28 dicembre 2025, Mons. Roberto Fornaciari ha celebrato la chiusura del Giubileo ordinario, invitando i fedeli ad aprire il cuore alla speranza, all’amore e al perdono. Ripercorrendo l’Anno santo appena concluso, il Vescovo ha sottolineato l’importanza di vivere la fede come esperienza concreta di solidarietà, gioia e consolazione, nella famiglia e nella comunità, ricordando il modello di Maria e della Santa Famiglia di Nazareth come guida per tutte le famiglie del mondo.

Omelia domenica 28 dicembre 2025.

Nella letizia dell’Ottava del Natale concludiamo, questa sera, l’Anno santo 2025 che la Chiesa ha posto sul cammino del popolo di Dio perché fosse un anno di grazia, perché unito a Cristo, roccia della salvezza, possa giungere nella gioia alla meta della beata speranza. 

Questo Giubileo ordinario ci ha offerto l’occasione di aprirci alla grazia divina, di aprire i nostri cuori alla speranza. La speranza non delude (cfr Rm 5,5) mai! 

All’inizio del Giubileo abbiamo distribuito una immagine che tenesse vivo in noi, durante l’anno che trascorreva, questo pellegrinaggio dei nostri cuori. Abbiamo utilizzato una immagine classica, quella dell’àncora, strumento che offre sicurezza, che ci tiene saldi alla riva. Che ci permette di non perdere la speranza. E la speranza ci permette di procedere nel cammino, anche quando si fa duro, impervio, ci permette di tenere le porte aperte, spalancate dinanzi a ciò che deve accadere.

L’Anno giubilare ci ha offerto l’occasione di aprire il cuore; al Signore; al nostro prossimo; al nuovo che si fa presente giorno dopo giorno.

Ci ha dato l’occasione di camminare con il cuore aperto al Signore, che ci ha illuminati con la Parola di vita; che ha guarito le ferite del corpo e dello spirito chiamandoci alla sua mensa; che ci ha donato la gioia del perdono.

Ci ha dato l’occasione di camminare con il cuore aperto verso gli altri. La riconciliazione tra fratelli, il superamento di divisioni familiari. E questo costruisce la fratellanza universale. E questo edifica la solidarietà tra gli uomini. E questo è la premessa alla comunione fraterna, alla fraternità presbiterale.

I cuori chiusi, quelli induriti, non aiutano a vivere. Per questo la grazia del Giubileo è spalancare, per aprire la porta dei cuori, soprattutto, aprire i cuori alla speranza.

Ci ha dato l’occasione di camminare con il cuore aperto verso il futuro, il nuovo che si presenta e ci interroga. Perché anche nei momenti brutti, quando siamo portati a pensare che tutto è finito e non si risolve niente, se il germe della speranza è stato gettato nel nostro cuore, possiamo confessare l’amore di Dio.

Se la nostra vita diventa questo, allora la nostra vita diventa sorgente di speranza. “Speranza” non significa che toglieremo le sofferenze dal mondo; non è possibile né ci riusciremo. Quando si dice “un balsamo per molte ferite”, significa non qualche cosa che le cancella, ma che le lenisca, che faccia in modo che le ferite non rendano l’esistenza di una persona esacerbata. Se infatti sappiamo portare anche le ferite dentro a un cammino di speranza, di amore e di solidarietà, quindi di apertura a Dio e agli altri, allora potremo dire di avere in noi i frutti di questo Anno santo, allora questo anno sarà diventato veramente santo per le nostre vite. Questo desidereremmo che fosse, e il mistero della Manifestazione del Figlio di Dio a Israele e al mondo vorrebbe produrre proprio questo. Accade quando la parola di Dio diventa capace di trasformare la nostra sofferenza in aiuto e dono di noi stessi agli altri. 

Natale è “il Verbo di Dio che si fa carne” (Gv 1, 14). La domanda è: dove si fa carne? Evidentemente la risposta è: nella nostra carne, nella nostra vita, in quella fede che noi abbiamo e poniamo davanti a Dio; e attraverso la fede la parola di Dio entra in noi e s’innesta nel nostro cuore, nella nostra libertà. La nostra libertà diventa capace di produrre parole di consolazione e gesti di solidarietà e di comunione. La parola di Dio diventa capace di trasformare anche la vostra sofferenza in aiuto e dono di noi stessi agli altri. Questo è il miracolo più grosso, è il dono più grande che Dio possa fare dentro la storia degli uomini.

Lo chiediamo con umiltà, in questo tempo in cui abbiamo visto il meditare e l’agire della giovane Maria di Nazareth. A noi il modello di Maria sembra così alto che non lo raggiungeremo mai; ed è anche vero: non riusciremo mai a salutare Elisabetta e a trasmetterle la gioia come ha fatto Maria. Però, anche se non raggiungiamo il modello di Maria, sappiamo che questo è il cammino della nostra vocazione, che siamo chiamati a questo, che Dio può davvero incarnarsi nella nostra vita, che la nostra fede è un concepire il Verbo di Dio, e quando il Verbo di Dio lo portiamo dentro trasmettiamo un po’ di gioia, un po’ di consolazione, un po’ di perdono e un po’ di comunione.

Credo che il nostro mondo ne ha un bisogno immenso; ce ne rendiamo conto ogni giorno sempre di più di quanto l’uomo viva dentro al disorientamento, all’incertezza, alla paura e all’ansia per il futuro, e quindi di quanto debba avere bisogno di una parola che gli manifesti una presenza di amicizia, di consolazione e una vicinanza fraterna.

Ecco, chiedo al Signore che doni a tutti noi di poter avere questa Parola: di poter dare un po’ di speranza e di gioia a tutte le persone che incontriamo in tutti i luoghi dove la vita ci porta.

Il Giubileo si chiude dopo aver offerto a tutti la speranza, la speranza del Vangelo, la speranza dell’amore, la speranza del perdono. Il Signore ci conceda di raccogliere e non disperdere i suoi frutti.

Oggi la Chiesa con una particolare venerazione e amore si rivolge verso la Santa Famiglia di Nazareth. Al tempo stesso – mediante questa Famiglia unica nella storia dell’umanità – si rivolge a tutte le famiglie umane. E prega per loro.

Dice loro con le parole dell’apostolo che abbiamo ascoltato:

“E la pace di Cristo regni nei vostri cuori” (Col 3, 15).

“La parola di Dio dimori tra voi abbondantemente” (Col 3, 16).

Ogni famiglia prende inizio dall’alleanza matrimoniale dell’uomo e della donna, i quali, collaborando con la potenza creativa di Dio, diventano genitori.

Nel mistero della nascita di Dio essi sono chiamati a guardare con gli occhi della fede alla loro vocazione: umana e cristiana.

La salvezza del mondo è venuta mediante il cuore della Santa Famiglia e si è radicata nella storia dell’uomo una volta per sempre.

La salvezza del mondo, l’avvenire dell’umanità, dei popoli e delle società passa sempre attraverso il cuore di ogni famiglia. Si forma lì.

Il Vangelo oggi ci presenta ancora la famiglia di Gesù in movimento, immagine di tante famiglie che sempre lungo la storia e ancora oggi, sotto i nostri occhi, sono costrette a fuggire, a cercare rifugio, esuli a causa della povertà o delle cattiverie umane, derubati della loro terra, della possibilità del lavoro.

Preghiamo e lavoriamo affinché ogni famiglia del mondo, riesca a rispondere alla sua vocazione così come vi ha risposto la Santa Famiglia di Nazaret.

Preghiamo in particolare per le famiglie che soffrono, sfollate, esuli, che si trovano in molteplici difficoltà, che vengono minacciate nella loro indissolubilità e nel grande servizio all’amore e alla vita, per il quale sono scelte da Dio.

By G&A

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