In occasione della Commemorazione di tutti i fedeli defunti, il vescovo Roberto Fornaciari ha richiamato il significato cristiano della morte alla luce della risurrezione di Cristo, soffermandosi sul valore della speranza, della fraternità e dell’amore verso il prossimo, soprattutto verso le persone più fragili.
Al centro dell’omelia, l’invito a vivere un’esistenza capace di lasciare un segno duraturo attraverso il bene compiuto e le relazioni costruite.
Di seguito il testo integrale dell’omelia.
Per vivere con pienezza la Commemorazione di tutti i fedeli defunti, ricordiamo l’invito che l’apostolo Paolo rivolge a una delle prime comunità cristiane, dicendo: “Non vogliamo che ignoriate la sorte di coloro che si sono addormentati nella morte, affinché non vi addoliate come gli altri che non hanno speranza” (1Ts 4,13ss). È naturale che nelle prime comunità cristiane, gli apostoli, gli evangelisti, i catechisti di ogni genere e i capi delle chiese sentissero il bisogno di spiegare al popolo di Dio, al popolo cristiano, come la risurrezione di Gesù avesse cambiato le loro vite e il significato e l’importanza della morte.
Crediamo che la morte, dopo la risurrezione di Gesù, non sia più la fine di tutto. Né rappresenta una sorta di esclusione o di letargo per chi ha vissuto sulla terra, bensì un passaggio, un’apertura, che annuncia la trasformazione di ciò che abbiamo vissuto, delle relazioni che abbiamo costruito nel corso della nostra vita, delle gioie e delle speranze che ci hanno riempito, così come dei dolori, delle sofferenze e delle ansie dell’esistenza umana. Ciò che abbiamo vissuto alla luce di Cristo e alla luce della sua risurrezione sboccia in una vita nuova, o più precisamente, in una vita trasformata. Non è la fine di tutto, ma la trasformazione della vita umana annunciata dalla risurrezione di Gesù, una trasformazione che ci guida lungo tutta la nostra esistenza e ci prepara a questo incontro con il Signore, questo incontro che cambia tutto, che illumina le nostre vite ora e le illuminerà per l’eternità.
Credo fermamente che, in questi tempi, sia necessario ribadire un concetto simile. Viviamo in un’epoca caratterizzata da un materialismo assoluto, in cui l’esistenza viene ridotta a ciò che sperimentiamo giorno dopo giorno e alle cose che siamo in grado di costruire per migliorarla, e vediamo chiaramente che spesso questo non migliora la vita di tutti. Ebbene, in questo mondo, è necessario affermare che ciò che costruiamo con amore durerà per sempre nell’amore e nella luce di Dio, si trasformerà e garantirà che la nostra vita non sia stata vana. La nostra vita non sarà servita solo a noi stessi; la nostra vita, aperta agli altri, sarà servita a tutti. Ciò che Cristo è venuto a fare in mezzo a noi è stato proprio aprirci a questa gioia, il che significa che non siamo semplicemente chiamati a godere dell’esistenza, ma che siamo chiamati a costruire qualcosa di duraturo, sotto lo sguardo di Dio.
Naturalmente, questa speranza ha già trovato la sua fonte in ciò che chiamiamo Antico Testamento, la Prima Alleanza e la predicazione dei profeti. Ad esempio, la predicazione di Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, mostra che il futuro che ci attende, il futuro che il Signore desidera per noi, lo immagina come una sorta di grande banchetto, un banchetto finale in cui tutti saranno felici di stare insieme. Di questo testo di Isaia voglio semplicemente sottolineare l’invito a credere che ciò che ci rende felici è il nostro rapporto con tutti, il nostro rapporto con coloro che soffrono, il nostro rapporto con coloro che lottano per vivere e che, attraverso la nostra amicizia, possono continuare a farlo con speranza, con gioia e in pace di cuore: coloro che soffrono non sono soli, ma vivendo con loro, ci prepariamo a vivere questo futuro eterno.
E poi c’è il vangelo che ci è ben noto, il vangelo del giudizio universale, che è stato così spesso raffigurato sui timpani o le pareti di molte chiese nel corso dei secoli e in molte altre forme di rappresentazione. Questo vangelo ci dice: ciò che ci giudicherà alla fine della nostra esistenza sarà la qualità del nostro amore, non semplicemente l’amore di coloro che spontaneamente ci amano e che noi spontaneamente amiamo, ma un amore condiviso il più ampiamente possibile, amore per tutti coloro ai quali le società normalmente non prestano molta attenzione, anzi li mettono da parte.
Questo è ciò che dobbiamo dire, insegnare e far comprendere per tutta la vita, nel mondo in cui viviamo, nella nostra società. Di secolo in secolo, di cultura in cultura, di epoca in epoca, è necessario ripetere questo linguaggio della fede cristiana, non perché tutti ci credano automaticamente, ma per esprimere ciò che portiamo dentro di noi, per dire che la vita che ci è stata data non ci verrà tolta, ma che in questa vita possiamo vivere una speranza immensa di riconciliarci un giorno gli uni con gli altri, di essere riuniti per sempre, e che, nella vita che viviamo, possiamo già farlo, provarlo e sperimentarlo. A volte con esitazioni, paure e ansie, ma possiamo viverlo, ed è questo che conterà alla fine della nostra vita.
Questa pagina del vangelo del giudizio univerasale ci ricorda come le nostre vite siano collegate, per non dire legate fra loro, ci ricorda l’aspetto della concretezza del nostro essere cristiani. Di essere segno, veicolo di amicizia, di fraternità condivisa con il maggior numero di persone, con i più poveri, con i senzatetto, con i migranti, quanti nella nostra società sono più bisognosi. Non si tratta, da una parte, dei più poveri che vengono aiutati e, dall’altra, di coloro che sono meno bisognosi che hanno il dovere di aiutare; si tratta piuttosto di costruire una fraternità gli uni con gli altri, una fraternità che fa sentire ogni persona più amata attraverso la connessione con gli altri. Così ogni persona si sente più sostenuta.
Celebriamo l’Eucaristia nella consapevolezza che non è venuta meno la comunione con le persone care con cui abbiamo condiviso una parte del nostro cammino terreno, e che le parole di Isaia si sono adempiute nell’alba della resurrezione di Cristo. Se vivremo nell’attesa del Signore utilizzando per fare del bene il tempo e la salute che ci sono dati allora il nostro pellegrinaggio sarà fecondo e potremo riabbracciare in Cielo le persone che ci hanno preceduto nel cammino.