In occasione del 21° anniversario della salita al Cielo del Servo di Dio don Luigi Giussani (22 febbraio 2005) e del 44° del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione (11 febbraio 1982) è in programma la celebrazione di Messe in Italia e nel mondo, presiedute da cardinali e vescovi.
Nella nostra diocesi la ricorrenza è stata ricordata con una celebrazione nella Cattedrale di San Pietro Apostolo, in Tempio Pausania la mattina di sabato 7 marzo, la messa, celebrata da mons. Roberto Fornaciari, affiancato dai concelebranti: don Mauro Bucciero, vicario generale, don Giorgio Diana e don Sandro Serreri.
Dopo il saluto introduttivo di mons. Fornaciari, l’intenzione della Messa è stata letta da don Bucciero (assistente ecclesiale del movimento di CL):
Grati per il dono di don Giussani e per l’incontro che ha cambiato la nostra vita, chiediamo di poter vivere il carisma al servizio del regno di Dio e della Chiesa, perché tutti possano conoscere Cristo. Invocando il dono della pace, affidiamo la Fraternità di Comunione e Liberazione e i nostri responsabili all’intercessione della Madonna di Lourdes e di San Benedetto, affinché restino saldi nella fedeltà al carisma, proseguendo nella sequela al Papa e ai nostri pastori.
L’intensa e profonda omelia del vescovo, incentrata sulla parabola del figliol prodigo è stata sviluppata sino a intersecare alcune citazioni de Il rischio educativo, opera essenziale e molto nota di don Luigi Giussani.
La liturgia, seguita dalle comunità diocesane degli aderenti alla Fraternità di Comunione e Liberazione provenienti da Calangianus, Olbia, Tempio, Valledoria, Viddalba, La Maddalena, è stata animata dai canti “classici” del movimento ecclesiale. Al termine della messa, prima della benedizione finale, il responsabile diocesano della Fraternità, Filippo Sanna, ha rivolto un sentito ringraziamento a mons. Fornaciari, ricordando i passi più importati fatti dagli appartenenti a CL nel percorso del Senso religioso (la Scuola di Comunità – catechesi di approfondimento nella conoscenza di Cristo e della sua Chiesa), compresi i più recenti riconoscimenti da parte di Papa Francesco prima e di Papa Leone oggi.
OMELIA di Mons. Fornaciari
La parabola di Gesù raccontata nel Vangelo odierno mostra che non è il figlio a creare il
padre o a concedergli il riconoscimento e “la patente di paternità”. Il padre è tale non perché
reagisce alla qualità dei sentimenti o della condotta del figlio, ma a causa della realtà della
generazione, già avvenuta, e del suo cuore, che continua ad amare suo figlio senza che
questo dipenda dai suoi comportamenti.
La forza autonoma della paternità di Dio è molto chiara nella liberazione degli Israeliti
dall’Egitto ma è rivelata anche dall’apostolo Paolo con l’uso della categoria di
“riconciliazione”. Noi non siamo in Cristo perché siamo riusciti a diventare una cosa nuova,
ma siamo persone nuove perché inseriti in Cristo dal Padre. La riconciliazione con Dio non è
un avvicinamento bilaterale: da una parte l’uomo, che fa i suoi passi, e dall’altra Dio che gli
viene incontro; essa è una iniziativa esclusiva di Dio, che agisce in Cristo e per mezzo di lui
perché noi da nemici potessimo diventare suoi amici.
Con i suoi allontanamenti progressivi, il figlio minore propone una specie di “uccisione del
padre”. Chiedendo al padre l’eredità, di fatto, gli suggerisce di comportarsi come se fosse
morto. L’allontanarsi da casa, una volta avuta l’eredità, è un nuovo modo per tenere il padre
lontano e per liberarsi di lui. Persino il ritorno a casa non è motivato dal desiderio di essere
con il padre o da un pentimento autentico per come lo ha trattato. Vuole tornare perché a
casa di suo padre ci sono tanti salariati, trattati bene e con «pane in abbondanza».
S’incammina verso casa non perché si riconosce figlio, ma perché spera di ottenere un buon
salario da un onesto datore di lavoro. Crede di essere lui a poter disporre del titolo di padre.
Dicendo: «Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio» ancora una volta – pur se in
maniera sottile – nega il diritto del padre di essere tale. Egli ritiene che il padre possa
trattarlo come un operaio, dimenticando di aver generato quel figlio che, rovinato, adesso
gli sta di fronte.
Il racconto parabolico comprende anche il figlio maggiore. Dalle parole scelte da Gesù
emerge che anche il primogenito non ha una sensibilità filiale matura. Il più adulto non è del
tutto diverso dal più giovane. Nemmeno lui, in realtà, si percepisce come figlio, ma si sente
piuttosto un servo, che ha lavorato molto e che nel padre ha trovato solo scarsi
riconoscimenti. Adesso ha paura che, con il ritorno del fratello, la sua eredità sia dimezzata.
Egli sospetta che il padre possa nuovamente dividere la sua attuale proprietà, già dimezzata,
tra i due figli. La sua difficoltà a riconoscersi come figlio diventa una frattura anche con il
fratello, che non riesce a percepire come tale, lo definisce «tuo figlio», non “mio fratello”. Lo
sente come un concorrente pericoloso per la sua eredità legittima. Chi non percepisce il
padre non può percepire il fratello. I rapporti di fraternità, autentica e sentita, dipendono
dal sentire con schiettezza la paternità del padre. L’essere fratello è un dato di fatto che non
possiamo immaginare di scegliere a piacimento.
Quindi un punto comune ai due fratelli e che caratterizza la parabola è il pericolo di non
farcela a riconoscere il padre. In pericolo c’è il figlio ribelle che, come i pubblicani e i
peccatori, vuole arbitrariamente essere libero da ogni legame filiale. Ma il rischio è anche
per il primogenito che, come i farisei e gli scribi, obbedisce ma si sente schiavo. Entrambi,
anche se da due punti di vista diversi, negano che il padre sia tale e considerano l’altro
fratello come un estraneo. Non vedendo il padre nella luce corretta, non percepiscono i
legami fraterni. Sono pieni di paure e di gelosie.
Ci si chiede spesso: ma il primogenito – per il quale è stata detta la parabola (scribi e farisei)
– è, alla fine, entrato alla festa per il figlio minore? La parabola, però, lascia aperta anche una
domanda parallela: il figlio prodigo, entrando nel banchetto preparato per il suo ritorno, ha
capito che entrava come figlio e che poteva tornare a casa sua solo in questa veste? Ha
capito che, se lo avesse accolto come servo stipendiato, il padre avrebbe rinnegato, di fatto,
la sua paternità?
Nel testo di don Luigi Giussani “Il rischio educativo” si dice a un certo punto una cosa che mi
sembra avere in qualche modo attinenza con questi due fratelli che paiono vivere isolati,
senza cercarsi, anzi forse evitandosi. Don Giussani parla della «necessità di una compagnia
con la quale condurre l’esperimento della vita». Questo lo potremmo senza dubbio applicare
in tante situazioni diverse, ma rimane un senso che va bene per tutti.
Per potere comprendere la vita bisogna sperimentarla, ma per sperimentarla bisogna
essere insieme; non si sperimenta la vita da soli, mai! Sono le relazioni con gli altri quelle
che rendono umana una esistenza.
Allora il bisogno di un contesto di comunione, di dialogo e di comprensione diventa
fondamentale perché la persona possa effettivamente ritrovare la sua umanità.
Questa celebre frase di don Giussani, che sintetizza uno dei pilastri del suo pensiero
educativo e spirituale, ci fa percepire come la fede non è un sentimento astratto o
un’esperienza puramente individuale, ma una vita che si verifica e vive all’interno di una
comunità concreta.
E non si può fare questo cammino da soli. La “compagnia” è quel gruppo di persone che,
unite dalla stessa fede, condividono la vita, si sostengono nel riconoscimento della presenza
di Dio nel quotidiano e si correggono a vicenda.
Si potrebbe anche dire: sperimentando insieme l’avventura della fede cristiana.
Questa è la Chiesa, ovvero l’assemblea di coloro che la Parola di Dio convoca per formare il
Popolo di Dio e che, nutriti dal Corpo di Cristo, diventano essi stessi Corpo di Cristo.
Come insegna il concilio Vaticano II: «In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio
chiunque lo teme e opera la sua giustizia. Tuttavia piacque a Dio di santificare e salvare gli
uomini non individualmente e senza alcun legame fra loro, ma volle costruire di loro un
Popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente lo servisse» (LG 9).
La Chiesa non è un club o un’associazione, ma il “dilatarsi di un avvenimento”, ovvero di
Cristo nella storia umana, del mistero di Cristo che feconda l’umanità, facendola nuova con
la sua presenza. E questo perché il Padre lo ha unto con lo Spirito Santo e lo ha costituito
Sacerdote, Profeta e Re. Di conseguenza l’intero Popolo di Dio partecipa a queste tre
funzioni di Cristo e porta le responsabilità di missione e di servizio che ne derivano. E noi
tutti come battezzati, siamo partecipi della vocazione unica di questo Popolo, aderendone
alla fede e divenendo testimoni di Cristo in mezzo a questo mondo.
Chiediamo al Signore perciò che possiate vivere il vostro carisma al servizio del Reg
Ringraziamento al Vescovo mons. Fornaciari da parte del responsabile diocesano della Fraternità
Mons. Fornaciari, caro Padre Roberto,
a nome della Fraternità diocesana e del Movimento di Comunione e Liberazione desidero
esprimerLe un breve ma sincero ringraziamento per averci accolto in Cattedrale – per la
seconda volta – per questa bella celebrazione eucaristica, dedicata alla memoria di don
Giussani e all’anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità.
In questi anni stiamo approfondendo sempre di più il dialogo tra carisma e istituzione,
attraverso un confronto attento e un ascolto continuo del Magistero della Chiesa: con Papa
Francesco prima, con Papa Leone oggi, e con il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita,
attraverso il cardinale Farrell.
Segni recenti e significativi di questo cammino sono stati la visita dei nostri responsabili,
Davide Prosperi e Alberto Brugnoli, presidente dei Memore Domini, ricevuti da Papa Leone lo scorso 12 gennaio 2026. In
quell’occasione, attraverso di loro, il Santo Padre ci ha confermato nella bontà del nostro
cammino educativo alla fede. Anche Lei lo ha ricordato nell’omelia, richiamando il passaggio
de Il rischio educativo di don Giussani.
Un altro segno importante è la prefazione del cardinale Farrell al secondo volume del
percorso de Il senso religioso di don Giussani – la nostra Scuola di Comunità, la nostra
catechesi – intitolato All’origine della pretesa cristiana.
Desidereremmo poter contare sempre più sulla Sua disponibilità di Pastore a conoscere e
accompagnare il nostro “piccolo gregge” diocesano. Nel reciproco ascolto vorremmo poterLe comunicare come, nella vita quotidiana – personalmente e comunitariamente – ciascuno di
noi cerchi di testimoniare la propria appartenenza a Cristo e alla sua Chiesa nei luoghi in cui
vive: in famiglia, nel lavoro, nella scuola, nella società e nella propria vocazione.
Cerchiamo di farlo secondo le tre dimensioni alle quali il carisma donato a don Giussani ci ha
educato: carità, cultura e missione, per continuare a contribuire alla costruzione della Chiesa.
Grazie ancora.
Un caro saluto,
Filippo






Per approfondimenti:
https://www.clonline.org/it/attualita/articoli/prosperi-giussani-repubblica
