Dodici luglio. A Olbia e nel borgo di Pittulongu questa data non è mai una tra le altre. Da tredici anni, si carica di silenzio e memoria. È il giorno in cui si spense don Nino Fresi. Era il 2012, e una telefonata dalla Spagna – fredda, inattesa – spezzò ogni speranza. Lui, che aveva fatto della sua vita un continuo andare verso gli altri, veniva ritrovato senza voce, in un letto d’ospedale a Madrid. Lontano, ma con l’anima ancora radicata in Sardegna, tra le pietre e il mare che tanto amava.
Oggi, nel tempo della festa patronale dedicata a Santa Maria del Mare, il suo nome torna sulle labbra della sua gente. Non per nostalgia, ma per gratitudine. Don Nino non è stato un sacerdote qualsiasi. Era un uomo che non si risparmiava, che sapeva ascoltare e sapeva scuotere. Aveva lo sguardo di chi crede davvero in ciò che annuncia, e la voce ruvida di chi non ha mai cercato di piacere, ma solo di servire.
Dopo la lunga missione in Venezuela, e gli anni a Telti, Luras, Olbia, nella parrocchia primaziale di San Paolo, don Nino aveva chiesto al vescovo un’ultima sfida: costruire dal nulla una comunità a Pittulongu. E così aveva fatto. Con pochi mezzi e tanta fede, aveva trasformato una casa in un altare, una sala in una chiesa, una manciata di fedeli in una famiglia. Lì ha lasciato la sua impronta più viva: non nei muri, ma nei volti.
Chi lo ha conosciuto sa che dietro ogni gesto c’era qualcosa di più profondo. La preghiera, il silenzio, la lotta contro ogni forma di indifferenza. In tanti, ancora oggi, lo cercano nei momenti di fatica. Lo ricordano mentre celebrava Messa con la sua voce forte e piena, mentre attraversava le strade di Mare e Rocce con il breviario in tasca e un sorriso da condividere.
Pittulongu non ha dimenticato. Perché don Nino non è solo nel passato: è una presenza discreta ma tenace, che continua ad abitare quel piccolo tratto di costa, a benedire la festa dal cielo, a suggerire che la fede – quando è autentica – non muore mai.
Gloria Pala
