Nel raccoglimento profondo del Giovedì Santo, la comunità parrocchiale della Sacra Famiglia si è ritrovata, ieri, numerosa per celebrare l’ingresso nel Triduo Pasquale, cuore pulsante della fede cristiana. Una chiesa gremita, silenziosa e partecipe, ha fatto da cornice alla solenne Messa in Coena Domini, memoria viva dell’Ultima Cena del Signore.
La liturgia, intensa e carica di significato, ha reso tutti contemporanei a quell’evento eterno in cui Gesù, “sapendo che era giunta la sua ora”, ha amato i suoi “sino alla fine”, consegnando se stesso per l’umanità. Un amore che si fa dono totale, anticipando il mistero della Passione, della morte e della Risurrezione.
La celebrazione è stata concelebrata dal parroco don Andrea Raffatellu, insieme al viceparroco don Roberto Spano e don Clement Nkereuwem, alla presenza del diacono Luciano Contu, dei numerosi chierichetti e di una comunità viva e partecipe. Il coro parrocchiale ha accompagnato con grande sensibilità i momenti liturgici, rendendo ancora più intensa l’atmosfera di preghiera.
Il profumo dell’incenso, ha avvolto la chiesa in un clima di profondo raccoglimento. Il fumo leggero, che si innalzava verso l’alto, sembrava accompagnare le preghiere dei fedeli, rendendo visibile il desiderio di ogni cuore di elevarsi a Dio. Un segno antico e carico di significato, che ha contribuito a creare un senso di mistero e sacralità, immergendo i presenti in una dimensione di silenzio e contemplazione.
Momento centrale e particolarmente toccante è stato quello della lavanda dei piedi. Riprendendo il Vangelo di Giovanni (13,1-15), don Andrea ha rievocato il gesto di Gesù che, nell’umiltà più profonda, si china sui suoi discepoli. Uno ad uno, ha lavato e asciugato i piedi a dodici piccpli chierichetti, segno concreto di servizio e amore gratuito.
Un gesto semplice, ma potentissimo, che ha commosso profondamente i presenti: il sacerdote che si fa servo, l’altare che diventa luogo di amore vissuto, la Parola che prende corpo nella realtà. In quel momento, il Vangelo non era solo proclamato, ma vissuto davanti agli occhi di tutti.
Durante l’omelia, don Andrea ha guidato i fedeli in una riflessione intensa e profondamente spirituale sul mistero dell’Eucaristia, cuore vivo della fede cristiana. Ha ricordato come, proprio nella notte del tradimento, Gesù non abbia scelto di difendersi o sottrarsi, ma di donarsi completamente, rimanendo per sempre accanto all’umanità nel pane e nel vino consacrati.
L’Eucaristia, ha sottolineato, non è solo un rito, ma una presenza reale e viva, un dono immenso che si rinnova ogni giorno e che chiede di essere accolto con cuore sincero. È il segno più alto dell’amore di Dio, un amore che non si impone, ma si offre, silenzioso e fedele, nelle mani e nella vita di ciascuno.
Don Andrea ha poi richiamato con forza il valore dell’umiltà, prendendo spunto dal gesto della lavanda dei piedi. Gesù, il Maestro, si fa servo: si china, si abbassa, compie un gesto che rompe ogni logica umana di potere e grandezza. In quel gesto -ha ricordato – è racchiusa una rivoluzione silenziosa, quella dell’amore che si mette al servizio.
L’umiltà, quindi, non è debolezza, ma forza autentica; è la capacità di mettersi accanto agli altri, di prendersi cura, di riconoscere nell’altro un fratello. “Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” non è solo un invito, ma una consegna: uno stile di vita che passa attraverso piccoli gesti quotidiani, fatti di attenzione, rispetto e dono.
Un messaggio che ha toccato profondamente i presenti, chiamati non solo ad ascoltare, ma a diventare testimoni concreti di quell’amore che, nella notte del Giovedì Santo, si è fatto pane, servizio e vita donata. Al termine della celebrazione, l’altare è stato spogliato e il Santissimo Sacramento è stato riposto nell’altare della reposizione, preparato con cura e bellezza in un angolo della chiesa, segno del passaggio verso la notte del silenzio e dell’attesa.
Ma la serata non si è conclusa lì.
Alle ore 21:30, la chiesa ha riaperto le sue porte per la veglia di adorazione, un momento intimo e profondo che ha raccolto tanti fedeli in preghiera. Davanti al tavolo dell’Ultima Cena, allestito con grande cura e ornato da fiori bianchi, simbolo di purezza e luce, molti si sono inginocchiati in silenzio, lasciandosi avvolgere da un clima di intensa spiritualità.
È stata una veglia vissuta nel cuore: tra letture, canti, meditazioni e riflessioni personali, i presenti hanno dato voce ai propri pensieri, condividendo emozioni, gratitudine e preghiere. Un dialogo silenzioso e sincero con Dio, fatto di parole semplici ma profonde, capace di unire tutti in un’unica grande famiglia.
In quella notte sospesa tra luce e silenzio, ogni anima ha potuto ritrovare se stessa, sostare accanto a Gesù e vegliare con Lui nell’ora dell’amore più grande.
È stata, ancora una volta, una notte di amore infinito, in cui la comunità si è fatta Chiesa viva: unita, raccolta, capace di lasciarsi toccare dal mistero più grande – un Dio che si china sull’uomo e lo ama fino alla fine.
Antonella Sedda





