Dom. Lug 12th, 2026

Tempio, il Vescovo nella Solennità dei Santi Pietro e Paolo: “La sinodalità è uno stile spirituale”

Nella Cattedrale di Tempio Pausania, durante la Solennità dei Santi Pietro e Paolo, il Vescovo Roberto ha richiamato il valore dell’unità nella Chiesa, partendo dall’immagine delle chiavi affidate a Pietro: non strumenti per abbattere porte, ma per aprire, accompagnare e costruire comunione.

Un passaggio dell’omelia è stato dedicato anche al cammino sinodale nella Chiesa di Gallura e Anglona.“La sinodalità non è un insieme di riunioni, – ha sottolineato il Vescovo – né un metodo di lavoro. È uno stile spirituale. Nasce dall’incontro, cresce nell’ascolto e matura nel discernimento”.

Sottolineava papa Leone nella celebrazione di questa mattina: Questa grandezza d’animo non vuol dire che Pietro sia perfetto. Durante la Passione rinnega il Maestro, per poi piangere sincere lacrime di pentimento (Lc 22,54-62); e Paolo stesso, in circostanze diverse, gli rimprovera l’incoerenza di alcuni suoi comportamenti (cfr Gal 2,11-14). Sa però riconoscere i propri sbagli e ravvedersi, senza scoraggiarsi e senza venir meno alla missione di annunciare il Vangelo e radunare il gregge di Cristo, fino al martirio, che subisce a Roma, non lontano dal luogo in cui ora si innalza la basilica a lui dedicata.

Secondo papa Leone, questa fedele e paziente sollecitudine per l’unità è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cfr Mt 16,19). Una chiave infatti non abbatte le porte, ma le apre e le chiude, ricercando al loro interno le leve giuste e accompagnandone i movimenti, perché i blocchi si sciolgano, i paletti scorrano e i battenti ruotino liberamente sui cardini, unendo gli ambienti e facendo di tante stanze isolate un’unica casa accogliente. Allo stesso modo la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita.

Potremmo leggere in questa prospettiva il compito affidato dal Signore a Pietro e ai suoi Successori, a beneficio di tutto il Popolo santo di Dio: ascoltare, con il suo aiuto, le voci di ciascuno, discernere le ispirazioni, condurre i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare, esortare e accompagnare i fratelli e le sorelle affinché, docili all’azione del medesimo Spirito (cfr 1Cor 12,1-11), cooperino alla salvezza gli uni degli altri e dell’intera umanità. L’esempio di Pietro, però, è un invito anche per ogni cristiano/a a farsi costruttore di unità, mettendo Dio al centro della propria esistenza e rendendosi vicino ai fratelli, attento alle loro vicende e ai loro bisogni, per vivere con loro nella carità e così «portare a compimento l’annuncio del Vangelo» (cfr 2Tm 4,17).

Mi sembra proprio un modo possibile per descrivere la funzione petrina, ma anche quella di tutti coloro che sono chiamati in posizione di apice nelle Chiese in un contesto di cammino sinodale.

Infatti, la riflessione conclusiva sul cammino sinodale ci ha aiutato a rileggere quanto abbiamo vissuto negli anni passati. Mi sembra che la domanda della sinodalità non sia anzitutto: “Chi ha il potere di decidere?”. La domanda è più profonda: “Come custodiamo insieme il dono che il Signore ha affidato alla sua Chiesa?”. Quando questa domanda diventa il centro del nostro discernimento, anche le questioni dell’autorità, della corresponsabilità e delle decisioni trovano il loro giusto posto, illuminate dalla missione e dalla comune fedeltà al Vangelo.

Così, desidero invitarvi ancora una volta a intraprendere il cammino di attuazione del Sinodo. Vi chiedo di accompagnarlo con convinzione nella nostra Chiesa di Gallura e Anglona, favorendone una comprensione autentica e incoraggiando tutti a prendervi parte: si tratta di aiutare la nostra Chiesa a crescere in uno stile sempre più evangelico. Perché la sinodalità non è un insieme di riunioni, né un metodo di lavoro. È uno stile spirituale. Nasce dall’incontro, cresce nell’ascolto e matura nel discernimento. La vera domanda non è quante conversazioni sapremo organizzare, ma quale qualità evangelica avranno i nostri incontri. Quando ci ascoltiamo con umiltà e libertà, lasciando spazio allo Spirito, le nostre conversazioni non rimangono uno scambio di idee, ma diventano un luogo di conversione, nel quale cresciamo insieme nella fedeltà al Signore. Fedeltà al Signore non vuol dire immobilismo, nostalgia per le forme del passato, ma appunto conversione, saper utilizzare con sapienza quelle chiavi che servono per aprire e chiudere, per unire gli ambienti, per lasciar circolare la vita all’interno dell’unica casa, la Chiesa del Signore.

+ Roberto, vescovo

By G&A

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