Omelia di mons. Roberto Fornaciari
Parola di Dio: Os 2, 16-18 – Col 3, 1-11 – Lc 15, 1-7
Omelia
Il significato di questa celebrazione è contenuto nella prima lettura che abbiamo ascoltato del profeta Osea. Parla del Signore che si sente tradito e abbandonato dal suo popolo, dalla sua sposa e che reagisce al tradimento.
Prima fa provare alla sua sposa l’amarezza della solitudine, quindi toglie il sostegno della sua presenza e toglie il sostegno dei suoi doni e poi fa quello che abbiamo ascoltato. Cioè: «Ecco, l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e là parlerò al suo cuore».
Vuol dire che il Signore mette in atto tutte le astuzie per riportare a sé la sua sposa. Anzitutto la conduce nel deserto e questo vuol dire due cose, vuol dire che non può più avere delle distrazioni, che avrà solo il Signore davanti a sé.
Quindi in qualche modo riconduce il suo popolo a ritrovare la presenza di Dio.
Poi vuol dire che permette a Israele di compiere nuovamente l’esperienza dell’origine, quella che noi chiameremmo l’esperienza del fidanzamento, l’esperienza bella di quando si sono incontrati la prima volta, di quando si sono piaciuti, di quando hanno cominciato a parlare, a dialogare tra loro e il Signore fa fare a Israele proprio questa esperienza: “La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”.
Quindi con quel dialogo che è il dialogo dell’amore, che è il dialogo del fidanzamento, la gioia di potersi dire tutto, di essere capiti, ascoltato dall’altra persona.
Questo è ciò che il Signore fa sperimentare a Israele. Poi, fatto questo, il Signore restituisce a Israele la sua ricchezza. Per un po’ gliela ha portata via, perché era successo proprio questo: il peccato era consistito in questo, che il Signore aveva fatto dei regali a Israele e Israele si era attaccato ai regali e si era dimenticato il Signore.
Si era attaccato ai frutti della terra e si era dimenticato del Creatore che glieli aveva regalati e questo è poi fondamentalmente il peccato di sempre, ci attacchiamo alle cose di Dio perché non c’è niente altro al mondo se non cose di Dio e ci dimentichiamo Dio che ce le ha date e questa è il pervertimento radicale del peccato.
Allora bisogna recuperare innanzi tutto il rapporto con Dio, poi, recuperato il rapporto con Dio, allora le renderà le sue vigne e trasformerà la valle di Acon in porta di speranza. La valle è quella per cui sono entrati gli Ebrei nella Terra promessa: bene, cambia nome e invece di essere una valle di cattivo augurio (di sventura) viene chiamata porta di speranza.
“Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando usci dal paese d’Egitto”, e vuol dire: là Israele nel deserto, nell’incontro con il Signore, ritroverà la gioia di essere fedele al suo Signore come quando uscì dal paese d’Egitto, come quando Israele era disposto a seguire il Signore in mezzo al deserto, cioè in una terra difficile, aspra, con pericoli, con ostacoli, ma non aveva paura, era innamorato e quando uno è innamorato quelle cose lì non gli pesano più tanto.
Così era Israele e così tornerà ad essere. «Canterà come nei giorni della sua giovinezza e avverrà in quel giorno, oracolo del Signore, mi chiamerai marito mio e non mi chiamerai più mio padrone». Beh, dietro c’è un riferimento all’idolatria, perché gli dei della natura a cui si era piegato Israele si chiamavano padroni (Baal, Baalim), vuol quindi dire che Israele aveva confuso Dio. L’aveva confuso con queste divinità, che sono in realtà divinità oppressive, sono dei padroni. Israele allora ritroverà il rapporto con il Signore come un rapporto di amore, di matrimonio, «mi chiamerai marito mio». Con tutto quello che questo significa di dialogo, di comunicazione, di dono reciproco.
Qui possiamo trovare il senso della celebrazione della penitenza. «La condurrò nel deserto» e nel deserto vuol dire: lasciate da parte le vostre occupazioni, preoccupazioni, interessi quotidiani, lasciate da parte per un giorno il cellulare, la televisione, il giornale, queste cose e cercate di essere attenti solo a quello che il Signore dice, perché il Signore vuole parlare al vostro cuore.
Vi vuole parlare come un innamorato, con parole che sono parole di amore, dì confidenza e di intimità, perché il Signore vi vuole ridare la gioia di vivere, vuole che siate capaci di cantare nella vita, di cantare per la gioia di avere lui come partner nel cammino e nell’impegno della vostra esistenza e vuole il Signore trasformare il vostro itinerario attraverso una porta di speranza vuole che, ritornando a casa, quel ritorno sia pieno di speranza e che non confondiate più Dio considerandolo come un oppressore o come un padrone, ma che lo riconosciate come il partner nell’amicizia e nell’amore.
Questo vuole ottenere il sacramento della penitenza e questo fa il Signore, perché è vero che siamo noi che ci confessiamo, però bisognerebbe sempre ricordare che il nostro confessarci, non è altro che la risposta al Signore, è il Signore che viene a cercarci, è, il Signore che ci viene a disturbare, a chiamare, a sollecitare, a correggere, è Lui che parte e lo si vede bene e in quel brano del Vangelo che abbiamo ascoltato che parla di un padrone che ha perso una pecora, ecco allora lascia le 99 nel deserto e va in cerca di quella perduta finché non la ritrova.
Vuol dire che il pastore alle sue pecore s’è affezionato e che non si rassegna a perderle, neanche a perderne una. Non è che dice: «Ne ho 99 e mi consolano», no, va a cercare quella che ha perduta. Gli interessa, gli sta a cuore e così siamo noi per il Signore. Al Signore sta a cuore la nostra vita, è vero che noi siamo uno, uno su un numero infinito di persone e si potrebbe dire: che cosa conta! Ma invece, al Signore è prezioso, uno, ciascuno e il Signore viene a cercarci e il Signore non si rassegna a perderci e il sacramento della penitenza vuole fondamentalmente dire che la ricerca di Dio gli è andata bene, che ci ha trovati, se noi siamo qui è perché il Signore ci ha trovato, non siamo ancora dispersi, abbiamo risposto, c’è un inizio di conversione solo nel fatto di essere qui vuol dire che il Signore ci sta riportando all’ovile ed è contento, perché il pastore della parabola chiama gli amici e i vicini dicendo: «Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora, la pecora che era perduta».
Non dice: ho ritrovato una pecora che era perduta, vorrebbe dire ho ritrovato un bene che avevo perso, no, è la mia pecora, cioè quella che era legata a me da un rapporto affettivo, non è solo un bene dal punto di vista economico, ma è una ricchezza dal punto di vista affettivo, al pastore ci lega il cuore, anche se pare che valiamo poco, anche se a volte siamo mal fatti ma è lo stesso, per il Signore siamo preziosi e ci è venuti a cercare.
Che cosa vuol dire questo ritorno che dobbiamo fare, in che cosa consiste la conversione? Beh, di per se consiste in una cosa semplicissima, nell’essere quello che siamo. Vuol dire: siete cristiani? Bene, siatelo.
Siete figli di Dio? Siatelo.
Siete chiamati alla comunione? Rispondete.
Cioè dovete essere quello che siete e lo dice S. Paolo nella seconda lettura:
«Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio».
Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra; voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con quella di Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, la nostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria, che vuole dire: la nostra vita ormai è vita di persone che appartengono a Cristo, che sono membra del Corpo di Cristo, quindi l’identità di Cristo coinvolge anche voi, voi con il vostro nome e cognome, con la vostra faccia, con la vostra storia, con i vostri desideri.
Tutti noi siamo coinvolti, assimilati dal Signore e resi parte del corpo di Cristo. È vero che questo non si vede esternamente, esternamente siamo quelli che siamo all’anagrafe, non cambia tanto, ma in realtà la nostra vita è nascosta con Cristo, in Dio. La nostra vera identità è lì, dove è il Signore.
Che cosa vuole dire questo? Che voi dovete essere dove è il Signore, provate a guardare la vostra vita e provate a vedere dove siete, dove vivete, quello che fate, come lo fate, perché lo fate, provate a chiedervi se in quello che vivete c’è il Signore o se invece sono atteggiamenti o ambienti o realtà che sono estranei al Signore. Poi S. Paolo fa degli esempi, ma dopo ciascuno deve riportarli a quella che è la sua esperienza e la sua vita. Esempi semplicissimi: mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra e cioè all’egoismo, alla esistenza di prima, del peccato: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi, quella avarizia insaziabile che è una forma di idolatria, poi dice ancora un pochino più avanti: «ira, passione, malizia, maldicenze, parole oscene», poi ancora un pochino più avanti: «non mentitevi gli uni con gli altri».
Bene, queste sono le cose vecchie, lì Cristo non c’è. E se non c’è Cristo, in queste cose non ci dovete essere neanche voi, perché voi siete il corpo di Cristo, quindi sarà bene che voi siate dove il Signore è presente.
Quello che invece appartiene a Gesù Cristo è detto in modo più ampio, ovvero: «Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo; il nuovo è poi Gesù Cristo, che si rinnova per una piena conoscenza e immagine del suo creatore».
E vuol dire: siete nuovi, ma non siete fatti del tutto nuovi, vi dovete rinnovate quotidianamente, sempre di più, per arrivare a una piena conoscenza, per arrivare a essere immagine di Dio. Lo siete già, ma non del tutto, c’è ancora qualche passettino da fare, c’è ancora qualche cammino da percorrere, dunque abbiate davanti questa meta e dirigete là la vostra attenzione, il che vuol dire una cosa molto semplice ma preziosa: se volete vivere bene la vita cristiana non state molte volte a domandarvi che cosa è lecito e che cosa è proibito, anche questo è importante, ma non basta nella vita cristiana, se volete vivere la vita cristiana.
Provate a chiedervi invece che cosa vi fa crescere verso Gesù Cristo? Che cosa vi rende più belli come immagine di Dio e che cosa offusca un pochino la bellezza di Dio nella vostra vita? Caso mai non saranno peccati mortali, ma ci sono delle cose che offuscano, che rendono la presenza dei Signore meno piena. Bene, è questo che vi deve interessare, su questo dovete lavorare.


