Dal 25 al 27 settembre Roma ha ospitato il Convegno nazionale degli Uffici Catechistici Diocesani, promosso dall’Ufficio Catechistico Nazionale (UCN) della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) che ha riunito i direttori e i componenti delle équipe provenienti dalle diocesi di tutta Italia, in un significativo momento di confronto, formazione e condivisione. Particolarmente importante la presenza della Sardegna, rappresentata dai direttori degli Uffici Catechistici di tutte le diocesi dell’Isola:
Ales-Terralba, Iglesias, Lanusei, Ozieri e Tempio-Ampurias, insieme alle numerose realtà provenienti da tutta Italia testimonianza di una partecipazione ampia e qualificata al percorso nazionale.
L’evento è stato dedicato al tema “Abitare i passaggi di vita” e che ha messo al centro una domanda fondamentale: come può la Chiesa accompagnare le persone nei cambiamenti, nelle fragilità e nelle diverse stagioni dell’esistenza?
Il filo conduttore delle tre giornate è stato il desiderio di una catechesi capace di partire dalla vita concreta, dalle storie e dalle domande delle persone, senza rinchiuderle in categorie prestabilite.
Tra gli interventi più significativi quello di Pierangelo Sequeri, che ha richiamato l’attenzione sulla fede come incontro e come grazia, non come un percorso da completare secondo programmi prestabiliti. La catechesi, ha sottolineato, è chiamata a riscoprire la dimensione affettiva della fede e a riconoscere la presenza di Dio anche nella quotidianità, nelle relazioni, nelle fragilità e negli avvenimenti più semplici dell’esistenza.
Un’altra prospettiva significativa è arrivata dalla relazione di Sebastiano Pinto, che ha affrontato il tema dei passaggi di vita attraverso la Scrittura, il viaggio e la dimensione della ricerca interiore.
L’immagine iniziale è quella di una partenza: persone pronte a prendere un aereo o un treno, con davanti una destinazione ancora da conoscere. Una metafora efficace per raccontare quei momenti in cui la vita cambia direzione e ciò che sembrava stabile viene messo in discussione. Sono passaggi che possono generare paura, ansia e disorientamento, perché obbligano la persona a confrontarsi con ciò che è stata, ciò che è e ciò che vorrebbe diventare.
In questo percorso, la Bibbia diventa una grande mappa dell’esistenza. La vicenda di Giacobbe che lotta nella notte e riceve un nome nuovo diventa simbolo di ogni trasformazione: il cambiamento passa attraverso la solitudine, la lotta e anche la ferita, ma può condurre verso una nuova identità. Il viaggio attraversa molte pagine della Scrittura: da Abramo che lascia la propria terra a Nicodemo che cerca Gesù nella notte, fino alla Samaritana, trasformata dall’incontro e dal dialogo. Storie diverse, accomunate dalla stessa dinamica: partire, attraversare l’incertezza e lasciarsi trasformare.
Pinto ha richiamato anche la necessità di uno stile pastorale capace di evitare moralismi, risposte precostituite e linguaggi lontani dalla vita. La Parola, infatti, non è soltanto qualcosa da spiegare, ma qualcosa che deve diventare esperienza, relazione e ascolto. Per questo i catechisti sono chiamati a essere traduttori della Parola nella vita concreta, più che semplici ripetitori di formule. A chiudere la riflessione è stato il libro di Qoèlet, con il suo elenco dei tempi dell’esistenza: nascere e morire, piangere e ridere, costruire e demolire. Tra chronos e kairos, tra il tempo che accomuna tutti e quello unico e irripetibile di ciascuno, emerge un invito all’umiltà: non tutto può essere spiegato o controllato.
Una riflessione che si trasforma quasi in un messaggio rivolto ai catechisti: non insegnare soltanto risposte, ma educare alle domande; non promettere una felicità facile, ma aiutare ad attraversare anche la tristezza, la fatica e il mistero.
La relazione di Pinto ha così riportato al centro una convinzione profonda: la vita è fatta di partenze, lotte, ferite e trasformazioni e, proprio attraverso questi passaggi, ogni persona può trovare una nuova direzione. La Scrittura non offre scorciatoie, ma storie e mappe per imparare ad attraversare la notte e riconoscere, anche nella ferita, la possibilità di una rinascita.
Particolarmente interessante anche lo sguardo rivolto alla Francia, presentato da don Gallo, dove si registra un rinnovato interesse verso la fede soprattutto tra giovani e adulti. Un fenomeno che, secondo quanto emerso, nasce spesso da domande esistenziali profonde e dal desiderio di trovare luoghi autentici di silenzio, bellezza, fraternità e ascolto. Una Chiesa chiamata dunque non soltanto a trasmettere contenuti, ma ad accogliere e accompagnare chi è alla ricerca.
Don Giorgio Nacci ha invece posto l’accento sul discernimento comunitario. Le persone, ha spiegato, non possono essere ridotte a definizioni o categorie: prima di tutto ci sono le loro storie, con esperienze, ferite, relazioni e desideri. Per questo la comunità cristiana è chiamata ad ascoltare e, nell’ascoltare, anche a lasciarsi interrogare e cambiare.
Don Roberto Massaro ha affrontato i profondi cambiamenti che attraversano giovani, adulti e anziani, in una società sempre più veloce e frammentata. Fragilità, provvisorietà e solitudine sono state indicate come dimensioni che appartengono oggi all’esperienza di molte persone e che la Chiesa non può ignorare. Da qui la necessità di nuovi linguaggi e di uno sguardo capace di riconoscere dignità e bellezza anche nelle esistenze più ferite.
A chiudere i lavori, Alberto Zanetti, direttore dell’Ufficio Catechistico Nazionale, che ha consegnato una frase che può sintetizzare l’intero convegno: “Non ripetere, ma raccontare”. Il Vangelo, infatti, non è soltanto qualcosa da spiegare, ma una storia che incontra altre storie e che può continuare a generare vita.
Il convegno ha così rilanciato una catechesi chiamata a ricucire il rapporto tra Vangelo e vita, costruendo comunità capaci di ascoltare, accompagnare e generare nuovi percorsi di fede. Anche il crescente interesse verso il catecumenato è stato indicato come una delle direzioni su cui investire.
Alla fine, resta soprattutto l’immagine della soglia: non un confine da difendere, ma un luogo da abitare. È lì, nei passaggi, nelle domande e nelle fragilità della vita, che la Chiesa è chiamata a farsi presente. E forse proprio da lì può ripartire oggi un annuncio capace di parlare davvero al cuore delle persone.
Non è stato dunque un convegno per trovare risposte semplici a domande complesse. È stato, piuttosto, un invito a cambiare sguardo. A fermarsi sulla soglia, là dove la vita cambia, dove le certezze vacillano, dove una nascita, una perdita, una scelta, una crisi, una relazione o una nuova domanda possono diventare l’inizio di un cammino.
Antonella Sedda