Gio. Feb 19th, 2026

Domus di S. Andrea Priu, pitture murarie

 

Chi arriva in Sardegna oggi, attratto, per sentito dire, dai colori del mare e dalla limpidezza delle sue acque, in principio rimane colpito soprattutto dai profumi che la macchia mediterranea effonde e soprattutto dal silenzio di una terra poco abitata, dove solo il muggito di qualche animale o il belato di greggi a pascolo brado, di tanto in tanto interrompe. La Sardegna, però, non è solo questo. Chi gira per le sue strade, poche in verità, e volge intorno lo sguardo, non può non vedere i resti di una cultura millenaria, poco studiata e quasi mai valorizzata. Pochi la conoscono veramente, spesso contesa da chi ritiene di conoscerla meglio degli altri e ignorata dalla maggioranza. I Sardi, di quelle pietre, a volte gigantesche, si sono serviti nel corso dei secoli, per farne muretti a secco e dividere il territorio, in base a leggi deleterie che conquistatori e colonizzatori d’oltremare hanno voluto, in una terra da sfruttare, mai da valorizzare. Cultura dei Circoli, Dolmen, Menhir, Domus de janas, Nuraghi, Tombe dei Giganti attestano la presenza in Sardegna, nella preistoria, di uomini portatori di una civiltà, quasi assente nei libri di testo delle scuole, anche isolane, che sapevano gestire al meglio la vita, che sapevano dialogare e commerciare con chi apprezzava i loro manufatti, che forse sapevano anche scrivere, secondo gli ultimi ritrovamenti e supposizioni, che sapevano dipingere e manifestare ciò che rendeva vera e bella la loro vita, certo faticosa, ma conforme alla natura della loro aspra terra, poco produttiva, ma ancora più stimolante per chi doveva viverci e allevare in essa i propri figli. Homo Religiosus il Sardo, colpito dal Sole che vedeva di giorno, dalla Luna che illuminava la notte, meravigliato dalle migliaia di luci, quando la calma e calda sera d’estate presentava un cielo affatto artificialmente inquinato e vedeva in esso scorrere le stelle cadenti o la Via Lattea, quando dava nomi diversi a Venere, la prima luce che spuntava dopo il tramonto (la stella pascitoghja o la stella di li pastori). Ecco perché la maggior parte dei Nuraghi ha l’entrata ad est: il sole, al suo sorgere, doveva illuminare l’ingresso della dimora e nella maggior parte dei pozzi sacri più grandi, come quello di Santa Cristina a Paulilatino, il 21 Giugno, solstizio d’estate, il primo sole colpiva e colpisce anche il fondo del pozzo, quasi a rendere sacra l’acqua che lava via il male e purifica chi con essa si deterge. Il costruire, quindi, sin dai primordi, ha permesso all’uomo sardo di avere casa, tempio e dimora per i defunti, ai quali portare offerte di rigenerazione, perché la vita è vita sempre e non finisce con la morte naturale. Tale compito non è mai cessato, neppure quando i Romani invasero l’isola, anzi in alcune domus de janas è facile trovare qualche tomba riadattata all’uso dai nuovi invasori. Con l’avvento del Cristianesimo poi, talvolta la domus diventa chiesa, soprattutto durante le persecuzioni: a Sant’Andrea Priu, vicino a Bonorva, una delle più grandi domus, fu trasformata in chiesa, con tanto di nartece riservato a coloro che non erano ancora battezzati, ma che potevano sentire e seguire le letture della Messa, col presbiterio riservato ai religiosi e la parte centrale al resto della popolazione già battezzata. Le pitture murarie sono quelle delle origini del Cristianesimo. Esse non solo rendevano bello e significativo il luogo di culto, ma servivano agli analfabeti di allora per “vedere” le verità della fede e far memoria dell’Essenziale. L’affermarsi della nuova religione sarà lento e difficoltoso, soprattutto nelle zone più interne dell’isola, dove la popolazione è sempre stata diffidente verso tutto ciò che arrivava dal mare. Sembra un paradosso, ma il Sardo autentico non ama il mare, perché i più grandi pericoli per la sua incolumità da lì sono venuti: l’unico elemento che ne traeva era il sale, neppure il pesce era sufficientemente apprezzato, tanto che i villaggi di pescatori potevano contarsi sulle dita di una sola mano e solo in tempi più vicini a noi. Con la caduta dell’Impero Romano e l’avvento di Bisanzio, la Sardegna è quasi del tutto amministrativamente abbandonata. Ben presto si evidenzia un nuovo modo di gestire la giustizia e il potere; la divisione del territorio in quattro Giudicati pone a capo persone del luogo, ricche di terre e di dipendenti, i Giudici appunto, che danno origine ad innovazioni mai viste prima. Un nuovo stile di vita si impone: l’economia basata sull’agricoltura e sulla pastorizia, vede scambi in natura e poche monete in circolazione; certamente domina ancora la condizione servile, ma in una forma più libera, perché i servi devono rispondere ai padroni solo per le “operas”, cioè per le giornate di lavoro, ma sul piano personale sono liberi di sposarsi con chi vogliono, possono avere un proprio cognome e testimoniare ai processi. Al settore agro pastorale un grande impulso apportano i monaci benedettini, prima mandati nell’isola dai Pontefici e poi chiamati dai Giudici. Essi ricevono in donazione chiese, beni terrieri e servi: i loro monasteri diventano non solo centri di intensa produzione agricola, perché migliorano le tecniche lavorative e le coltivazioni, ma soprattutto sono luoghi di silenzio, di preghiera e di contemplazione, perché nulla deve essere anteposto all’amore di Dio e sullo stesso piano della preghiera sta il lavoro. La sua sacralità parla soprattutto dai muri di cattedrali o di piccole chiese, in cui ogni pietra è collocata al suo posto, anche quella che occhio umano non può vedere, ma che sta sotto l’occhio ammirato e vigile di Dio. Nella seconda metà del Decimo Secolo anche la Sardegna, come l’Europa, conosce il diffondersi del Romanico, una nuova forma d’arte che riporta ad unità tutte le precedenti correnti stilistiche, quasi a far rinascere la tradizione classica romana: di qui il nome. La caratteristica prevalente dei lavoratori in cantiere è la pazienza, sia che debbano sistemare un concio, sia che debbano levigare una foglia, sia che debbano creare un colore; ciò che conta è l’opera finita, la sua utilità, il suo significato. Non esiste l’arte per l’arte, ma l’opera “finalizzata a…”. La bellezza è l’esito dell’oggetto e del suo scopo, quello immediato e quello remoto: rendere gloria a Dio. Ecco perché nel 1087 Papa Vittore III, quell’abate Desiderio che dette a Montecassino il meritato splendore, scrisse al Metropolita di Cagliari di provvedere al restauro delle chiese semidiroccate, che in Sardegna erano numerose e i suoi successori sollecitarono Vescovi ed Abati per la costruzione ex novo di quegli edifici necessari allo svolgimento del culto, secondo il rito romano e non bizantino, imposto da Gregorio VII e non sempre volentieri accettato. Ecco perché in ogni “villa” (villaggio) sorge una chiesa: in pietra, per differenziarsi dalle abitazioni comunemente in fango. Il costruire è un rito sacro, perché chi lo compie imita il più grande costruttore: Dio e il primo tempio che Dio dà all’uomo è l’universo. La chiesa romanica è un universo in miniatura, al centro del quale sta l’uomo. È costruita, infatti, ad immagine dell’uomo (il corpo = l’aula; le braccia = il transetto; la testa = l’abside) o di Gesù in croce: il cuore è l’altare. A distanza di un millennio è ancora possibile ammirare la maggior parte di esse, perché la devozione e il culto incessantemente mantenuti, hanno protetto i luoghi che ne permettevano l’esecuzione, fino ai restauri quasi costantemente eseguiti, anche se non sempre rispettosi dello stile originario. Così per chi arriva ad Olbia d’estate e non ha fretta di tuffarsi in acqua, non molto lontano dal punto d’attracco della nave, può fermarsi a contemplare la facciata e l’interno della chiesa cattedrale di San Simplicio, fatta di conci ben squadrati di granito, la pietra dura locale, difficile da lavorare, ma pregevole alla vista. Anomala rispetto alle altre chiese romaniche orientate, perché ha la facciata ad est e l’abside ad ovest; sorta, pare, nel luogo dove il Santo subì il martirio e il suo corpo trovò sepoltura. Leggere i segni posti in essa, sia all’esterno che all’interno, è un aiuto notevole a richiamare alla mente le verità della fede cristiana, che gli antichi abitanti di Olbia non potevano leggere su un catechismo. Chi, però, ama la natura ed il paesaggio sardo e vi si vuole immergere, per respirare la fresca aria collinare, può percorrere la strada che da Arzachena porta a Luogosanto, lungo quella che era considerata un tempo la strada dei castelli medioevali, con grotte naturali e pianure e trovare l’ingresso di una scalinata che porta in cima ad una spianata in granito, dove sorgeva l’antico castello di Balaiana, forse abitato, anche temporaneamente, dai Giudici di Gallura, ormai diroccato, ma qualche tempo fa restaurato nei suoi ruderi. Lì potrà ammirare, oltre ad un panorama mozzafiato, una delle più piccole chiese romaniche sarde: la chiesa di San Leonardo, abate di Noblac. Il culto di questo santo si diffuse in Italia tra l’XI e il XII secolo, anche se visse tra il V e il VI secolo in Gallia, conducendo una vita eremitica, fino a quando il re Clodoveo non gli fece una donazione che trasformò in monastero, del quale divenne abate. In tutta l’alta Gallura era molto venerato, tanto che numerose chiese, anche più recenti, sono a lui intitolate. La chiesetta di Balaiana, che era la cappella palatina del castello, è rettangolare, mononavata, con abside semicircolare orientata e monofora rettangolare. Altre due monofore si aprono una sul lato nord e una su quello sud. L’ingresso è sul lato destro. Nella facciata, in alto, si trova una finestrella cruciforme. Il tetto ha un cornicione in pietra, a doppio spiovente e, al posto delle tegole, lastre di granito. La volta è a botte. Una curiosità. All’interno esiste solo una piccolissima statua in terracotta di San Leonardo, quella grande pare sia stata trafugata dai Luresi, un tempo responsabili della festa del Santo, perché la chiesa era sotto la giurisdizione del parroco di Luras. Oggi dipende dalla parrocchia di Luogosanto, nella diocesi di Tempio Ampurias. La statua rubata è stata collocata in un’altra chiesa dedicata allo stesso Santo, in agro di Luras. A Balaiana domina il silenzio, a tratti interrotto da folate di maestrale, padrone assoluto di un posto siffatto o dallo stridulo grido di uccelli, disturbati in quel luogo di loro totale appartenenza. Il grigio del granito si impone ed il visitatore guardando la finestra cruciforme non può non associare la pietra alla croce. La pietra scartata (Gesù crocifisso) è diventata testata d’angolo (Sal 118, 22). Su quella pietra la Chiesa è stata costruita, insieme a tante altre pietre “vive”, che sono i credenti di ogni tempo. Chi vuole conoscere la Sardegna, nella sua storia e nei suoi monumenti essenziali, non ha davvero che l’imbarazzo della scelta, da qualsiasi parte decida di giungervi: da nord, come abbiamo visto o da sud; dal Sulcis-Iglesiente dove può visitare, tra l’altro, la miniera Flavia e toccare con mano la durezza del lavoro sotterraneo, che gli abitanti di quelle terre hanno compiuto per secoli o dal Cagliaritano, con Castelli, Torri e altre chiese: da San Saturno o Saturnino, in origine bizantina, poi romanica, alla Cattedrale di Santa Maria Assunta e di Santa Cecilia, in origine romanica, oggi molto rimaneggiata, ma certamente ricca di ingegno e di arte; dall’Ogliastra ad Oristano, da Alghero a Porto Torres. In ogni dove è possibile constatare che sbagliava chi un tempo considerava l’isola solo terra di punizione o chi oggi l’apprezza solo per la bellezza del suo mare, perché l’opera dell’uomo, finalizzata al rispetto e alla valorizzazione di quanto gratuitamente ha ricevuto, evidenzia maggiormente la grandezza dei doni fatti a tutti da Dio.                                                                                                                                                                       

Giovanna Columbano

By G&A

Related Post