Mentre ci dirigiamo a Nairobi, da dove ritorneremo a casa, abbiamo fatto una sosta a Nanyuki, una cittadina di 55000 abitanti alle pendici del monte Kenya (5000 metri!), in diocesi di Nyeri e a 190 Km dalla capitale. Proprio qui l’Equatore taglia il Kenya in due. A Nanyuki, da ben 37 anni, vive don Franco Crabu, prete Fidei Donum dell’arcidiocesi di Cagliari noto in Kenya anche per la produzione di alcuni canti religiosi in Swaili. Ci accoglie nella sua abitazione concedendoci quest’intervista.
Don Franco com’è nata la tua vocazione?
Mio padre faceva un lavoro impegnativo che gli occupava tanto tempo, era architetto, ma riusciva sempre a trovare il tempo, prima di andare a lavoro, di andare a Messa. A quei tempi al mio paese di Gesico c’era un parroco molto sgarbato che ogni volta sbatteva forte il tabernacolo per chiuderlo. A me questo fatto turbava, “perché dentro c’è Gesù”, dicevo. Una volta con un mio amico volevamo portare via Gesù dal tabernacolo visto il modo brutto con il quale il parroco lo chiudeva… Ecco, da quel fatto avevo capito che ero chiamato a portare Gesù fuori dal tabernacolo e fuori dalle Chiese.
Quando e come hai capito che il Signore ti chiamava oltre Oceano?
Non esiste un momento preciso, ma esiste un cammino che ti fa piano piano arrivare a capire che sei fatto per qualcosa di diverso e di grande. Nella mia missione l’arte figurativa e la musica mi hanno aiutato tanto proprio a scoprire per gradi la vocazione speciale a partire lontano.
Puoi farci una sintesi del tuo servizio qui a Nanyuki durante questi 37 anni?
Tutto è iniziato con la delusione perché quando sono arrivato qui dopo cinque anni in Brasile dove vivevo in una capanna di paglia, avere una casa e delle strutture mi sembrava un lusso. Mi portai dietro molti soldi guadagnati con i miei concerti. Ho imparato molte cose dagli africani in questi 37 anni, soprattutto una virtù che avverto mancante in me: la pazienza. La prima cosa che abbiamo costruito è stato il centro pastorale e poi un centro che accogliesse i figli degli affetti da AIDS. Il vescovo di Nyeri mi affidò l’ufficio catechistico. Abbiamo costruito anche un college ed un centro di accoglienza per ragazzi di strada. Tutte queste opere sono state un aiuto prezioso per costruire e rafforzare la comunità perché non sono stati decisi da una persona sola ma è stata una scelta di tutta la comunità. In questo mi ha aiutato l’esperienza vissuta in Brasile a Bacurí, nel Maranhao, dove la mia arcidiocesi aveva una missione. Noi preti abbiamo il vizio di voler fare tutto da soli e questo è il più grande errore che possiamo fare.

Visto lo stile di vita così essenziale degli africani, come hai fatto in tutti questi anni?
Mio padre era solito dirmi che ero come i cani, mi adatto facilmente all’ ambiente dove sono. Ho sempre avuto spirito di adattamento e voglia di conoscere. Se il prete non ha l’umiltà di voler imparare, ha già fallito in partenza. Il prete, e il cristiano, è di per sé stesso missionario. I keniani sono persone sempre sorridenti e si mostrano sempre sereni, nonostante la realtà che vivono e questa è la loro grande forza che noi dobbiamo conoscere e capire.
Com’è il rapporto con la tua diocesi di origine?
È un legame bello, ogni anno riesco a tornare per uno o due mesi, ma sinceramente l’ho sempre avvertito monco: in Sardegna mancano preti e laici che sensibilizzano alla missione. Sono però contento per due motivi: so che il nuovo direttore dell’Ufficio missionario, padre Giampaolo Uras dei missionari di Villa Regia, sta lavorando molto bene e che, finalmente, ha costruito un’equipe nella quale so che ci sono laici molto validi. Inoltre, per me, ricevere dal mio attuale arcivescovo, Giuseppe Baturi, vescovo molto impegnato, un semplice messaggio ogni domenica mi dà molta più forza di tutte le donazioni che posso ricevere.
Che consiglio daresti ai giovani sardi e al clero?
Al clero vorrei dire di snobbare una volta per tutte l’idea che hanno di missione. L’attività missionaria non può e non deve ridursi al raccogliere soldi quanto invece fare capire che diventare cristiani sia automaticamente diventare missionari.

Cosa pensi che manchi alla Chiesa italiana e a quella sarda?
La radice di tutto è lo spirito. La Chiesa italiana e sarda è convinta di lavarsi le mani con il sostentamento del clero (8×1000). La Chiesa non è ancora missionaria… se lo fosse stata sarebbe più viva di come è ora e avrebbe coinvolto maggiormente i giovani. Questo è un appello che con umiltà faccio alla Chiesa italiana.
Ora stiamo per concludere quest’esperienza contenti di aver conosciuto questo giovane 78enne felice di essere prete missionario e che ci ha consentito di fare sintesi di tutti questi giorni africani. Al cuore di ognuno di noi è lasciato il compito di rileggere tutto.
W LA MISSIONE
Elisabetta Muzzetto e Andrea Eretta
