“Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio”. Così risuona forte l’invito della lettera agli ebrei, a ravvivare sempre la memoria di coloro che , fedeli al loro mandato, hanno annunciato la Buona Novella con la vita e la testimonianza.
Sono già trascorsi vent’anni dal 4 agosto del 2005, quando, a causa di un fatale malore, nella casa canonica della Salette a Olbia, moriva don Cesare Delogu. Figura sempre lontana dai riflettori, ma sempre al centro di edificanti ricordi, ogni qualvolta si rinverdisce il suo operato, il suo stile di vita semplice, sobrio, libero e animato dal linguaggio della gratuità.
Sacerdote contro corrente, pungente e stuzzicare pur di toccare le coscienze e lasciarsi provocare dalla verità del Vangelo.
Una vita alquanto breve, la sua, ma intensa nel servizio alla chiesa, di quella porzione di popolo accompagnata con amore e saggezza nelle comunità di Luras, della Salette di Olbia, del Seminario. Desiderava fotografare e fermare il tempo nella cornice delle belle esperienze di fraternità con i sacerdoti, con i fedeli.
Ne sono concreta attestazione i tanti diari di cronistoria scritti con passione e meticolosità. Sapeva coltivare le amicizie con profondo senso di rispetto e di distacco, tenendoci a dare anche un suo modesto apporto umano e spirituale ma che incidesse nel percorso di crescita nella fede e non solo.
In questi tratti lo ricordo nel celere sostare come vice rettore, condividendo con i seminaristi conquiste ed insuccessi, incoraggiando e difendendone sempre le istanze.
Amava il canto e la musica, facendone gustare tutta la loro leggiadria nella liturgia, nelle attività formative, perché considerava l’arte canora espressione di vita, di comunicazione, di gioia.
Talvolta, negli incontri del presbiterio, nel confronto con i laici, pareva essere il bastian contrario della situazione, ma in realtà era il suo modo originale di defilarsi dalla ripetitività degli argomenti senza magari aver poi riscontri pratici, di seguire tutti la mentalità corrente, e quindi, seppur non sovente compreso, sicuramente apprezzato per il coraggio e la parresia. Contemplava il mare, culla delle sue radici familiari, e prudentemente lo sfidava quando, nei campi scuola, ci rivelò anche il talento della pesca.
Confidava in un autentico senso della provvidenza, distaccato dai beni materiali, innamorato della Chiesa povera e dei poveri.
Concluse l’iter terreno proprio il giorno della memoria liturgica del Santo Curato d’Ars, patrono dei parroci, chissà, forse una non casuale coincidenza per custodire sempre e ovunque la testimonianza di un prete che ha veramente abbellito la Chiesa con atti di generosa e sorprendente dedizione.
Don Santino Cimino
