Si è svolto ieri, presso il salone della Sacra Famiglia di Olbia, il secondo appuntamento del percorso di formazione per catechisti promosso dalla Diocesi di Tempio-Ampurias, inserito nel cammino dal titolo significativo “Catechisti in Cammino”.
L’incontro, dedicato alla forania Olbia-La Costa, ha registrato una partecipazione numerosa e attenta, con catechisti giunti non solo dalla città, ma anche da diverse comunità del territorio, segno di un forte desiderio di confronto e crescita condivisa nel servizio ecclesiale. Tra i presenti anche Lollo Angius, direttrice dell’Ufficio Catechistico della diocesi di Tempio Ampurias, segno della vicinanza e dell’attenzione della diocesi verso il cammino formativo dei catechisti del territorio. Presenti inoltre don Francesco Valente della parrocchia di San Ponziano e i responsabili della catechesi della Sacra Famiglia, tra cui il diacono Luciano Contu, insieme agli altri collaboratori pastorali impegnati nell’accompagnamento delle famiglie e dei percorsi catechistici parrocchiali.
A guidare la giornata è stata la formatrice Nives Gribaudo, direttrice dell’Ufficio Catechistico della diocesi di Cuneo, che ha accompagnato i presenti in una riflessione profonda e concreta sul tema del “saper fare” con i bambini e i ragazzi del catechismo. Il corso si è aperto con il canto “Io vorrei saperti amare come ti ama Dio”, che ha introdotto i partecipanti in un clima di ascolto e raccoglimento, predisponendo mente e cuore al lavoro formativo. In apertura, la relatrice ha ripreso i contenuti del primo incontro, dedicato all’essere catechista, sottolineando come la catechesi non sia un ruolo da indossare occasionalmente, ma una dimensione che coinvolge l’intera persona. Non si tratta semplicemente di fare il catechista, ma di essere testimoni credibili della fede nella vita quotidiana. Il percorso, infatti, si sviluppa attorno a quattro dimensioni fondamentali del ministero catechistico: essere, sapere, saper fare e saper stare con, elementi inseparabili che definiscono lo stile educativo cristiano. La riflessione è partita da una domanda provocatoria rivolta ai partecipanti: è possibile educare alla fede? Il confronto ha evidenziato come educare significhi anzitutto “condurre fuori”, accompagnare qualcuno verso un incontro. Il catechista è chiamato a guidare bambini e ragazzi all’incontro con Gesù, ma lo fa camminando a fianco, non davanti ne dietro. L’annuncio passa attraverso la relazione, la testimonianza personale, la preghiera e la partecipazione all’Eucaristia.
Educare alla fede, dunque, non consiste solo nel trasmettere contenuti, ma nell’aiutare ciascuno a far emergere il dono ricevuto, accompagnando con discrezione e autenticità il cammino spirituale dell’altro. In questo contesto è stato citato il teologo e scrittore Paolo Curtaz, richiamando l’importanza di una catechesi capace di parlare alla vita reale delle persone.
Riprendendo il magistero di Papa Francesco, è stata sottolineata la necessità di utilizzare nuovi alfabeti e linguaggi per comunicare il Vangelo alle nuove generazioni. Il metodo, pur non sostituendo l’essenza della fede, diventa uno strumento decisivo per renderla comprensibile e significativa. A supporto della riflessione è stato proposto un video che ha mostrato situazioni di tenerezza, frustrazione e imbarazzo vissute da bambini posti di fronte a linguaggi incomprensibili. Un’esperienza che ha aiutato i catechisti a mettersi nei panni dei più piccoli, comprendendo quanto sia importante utilizzare parole, gesti e modalità comunicative adeguate alla loro esperienza. È stato ribadito con forza come al catechismo non ci si improvvisi. Saper fare significa anzitutto saper stare con i bambini, accettandoli per ciò che sono, utilizzando un linguaggio alla loro portata e creando un clima di benessere. Quando un bambino torna a casa con il desiderio di dire “voglio tornare al catechismo”, allora si può dire di aver assolto una parte importante della propria missione educativa. Il bambino deve quindi sentirsi libero di esprimersi, accolto nelle sue emozioni e stimolato attraverso esperienze significative. Per questo ogni incontro richiede preparazione: conoscere ciò che si vuole comunicare, predisporre attività e arrivare con anticipo per accogliere e preparare gli spazi. È stato sottolineato come il catechista debba prima confrontarsi personalmente con la Parola di Dio che annuncia, affinché la testimonianza nasca da un vissuto autentico. Solo affidandosi al Signore e curando la propria formazione e autoformazione si può giungere preparati all’incontro catechistico. Grande attenzione è stata dedicata anche ai tempi e agli spazi: l’accoglienza inizia prima dell’arrivo dei bambini, con ambienti curati e talvolta rinnovati per favorire attenzione e partecipazione. Piccoli accorgimenti possono trasmettere un forte senso di accoglienza e aiutare a “descolarizzare” la catechesi, rendendola esperienza viva.
Fondamentali risultano i linguaggi – verbale e non verbale – ma anche lo sguardo, definito linguaggio del cuore. A questo proposito è stata proposta l’osservazione dell’opera di Georges de La Tour, per riflettere su quanto uno sguardo sappia comunicare più delle parole. Tra gli strumenti educativi indicati: il gioco, la narrazione, video, canti, opere d’arte e testimonianze. Il gioco, in particolare, è stato definito un’attività seria, capace di favorire la relazione e particolarmente efficace nell’educazione alla fede, purché strutturato e accompagnato da una rilettura finale dell’esperienza vissuta, imparando anche a gestire la competizione. La parte conclusiva dell’incontro si è svolta all’esterno, nel piazzale della parrocchia, dove i catechisti sono stati coinvolti in un’esperienza simbolica e spirituale. La relatrice ha narrato il brano evangelico della chiamata dei primi discepoli sul lago di Tiberiade – Andrea e Simone seguiti da Giacomo e Giovanni – accompagnando il racconto con musica di sottofondo e un’ambientazione suggestiva. Sul terreno erano state disposte cinque reti con piccoli pesci di carta, ricreando simbolicamente la scena evangelica. I partecipanti, invitati a chiudere gli occhi, hanno rivissuto interiormente quell’incontro con Gesù, attualizzandolo nella propria esperienza.
Successivamente sono stati formati cinque cerchi e ciascuno è stato chiamato a tirare su le reti e raccogliere i pesciolini rimasti fuori dalla rete, pensando a una persona concreta – un bambino, un adulto, un collega – che vive una situazione di fragilità o lontananza. Un gesto semplice ma profondo, da portare nella vita quotidiana attraverso la preghiera e l’impegno personale. La giornata si è conclusa con la recita del Padre Nostro in un unico grande cerchio. È intervenuto poi Don Francesco, invitando i catechisti a custodire quanto appreso non per ripetere schemi identici, ma per lasciarsi ispirare e creare nuove proposte educative nelle proprie realtà parrocchiali. Il canto finale “Con te camminerò” di Gen Verde ha accompagnato i saluti e i ringraziamenti conclusivi, mentre la relatrice ha espresso gratitudine per la partecipazione e per il clima di condivisione vissuto insieme.
Un incontro intenso e coinvolgente che conferma come la formazione dei catechisti sia oggi più che mai spazio di comunione, crescita e rinnovato entusiasmo nel servizio educativo della Chiesa.
«Torniamo nelle nostre parrocchie arricchiti, con nuove idee ma soprattutto con uno sguardo diverso sul nostro servizio». È questo il sentimento condiviso da molti catechisti sono tornati nelle proprie comunità portando con sé non soltanto strumenti e suggerimenti metodologici, ma soprattutto uno sguardo rinnovato sul proprio servizio: quello di chi accompagna con pazienza, ascolta con attenzione e semina con fiducia. Un cammino che continua nelle parrocchie, nella quotidianità degli incontri e nelle relazioni costruite giorno dopo giorno, là dove la fede prende forma nella vita concreta delle persone.
Antonella Sedda









