Le parole di Davide Prosperi su Repubblica di oggi, nel giorno dell’anniversario della morte del fondatore di CL, dopo l’annuncio di monsignor Delpini della chiusura della fase diocesana per la causa di beatificazione
22.02.2026
Davide Prosperipresidente della Fraternità di Comunione e Liberazione

Giovedì sera l’arcivescovo di Milano ha annunciato che il 14 maggio si chiuderà la fase diocesana del processo per la causa di beatificazione di don Luigi Giussani. È una gioia per chi, come me, appartiene a Comunione e Liberazione. Ed è un fatto che interpella tutta la Chiesa e, in qualche modo, l’intera società italiana. Don Giussani infatti, ormai riconosciuto come uno tra i principali teologi ed educatori del Novecento, è anzitutto un uomo che ha saputo parlare al cuore di migliaia di persone di diverse generazioni.
Quando abbandonò il seminario di Venegono, dove si prospettava per lui una promettente carriera accademica, per andare a insegnare religione in un liceo milanese, lo fece con l’intento di incontrare i giovani: voleva comunicare loro il fatto di Cristo come presenza concreta che cambia la vita e allo stesso tempo insegnare un metodo con cui usare la ragione in maniera adeguata per affrontare senza paura le domande dell’esistenza e valutare tutte le prospettive di significato. I suoi studenti, credenti e non, si accorsero che la sua proposta andava al di là di una esposizione dottrinale: essa stimolava un confronto aperto, leale, in cui qualunque esperienza poteva essere valorizzata. Anche personalità del mondo laico, come i suoi ex alunni Massimo Fini e Giuliano Pisapia, hanno riconosciuto che era impossibile restargli indifferenti.
A muoverlo era una passione per Cristo da cui fioriva una irrefrenabile passione per l’uomo. Non per alcuni, nemmeno per un’idea astratta di “uomo”, ma per ogni persona concreta, con il suo desiderio irriducibile di bellezza, verità, giustizia. Era questo il “cuore” cui Giussani si rivolgeva, che ambiva a far emergere per potervi dialogare, in qualunque circostanza. Durante la crisi del Sessantotto, quando l’avanzare del secolarismo induceva in molti la ricerca di un rifugio spirituale, Giussani parlava della speranza cristiana come di ciò che «definisce la nostra faccia nel mondo»: «Lavoriamo, mangiamo, ci mettiamo insieme o ce ne andiamo solitari, studiamo, diventiamo adulti e vecchi in questa speranza e per questa speranza».
«È una gratitudine il sentimento che prevale oggi in noi, per il dono ricevuto e per il compito che esso comporta. L’urgenza che sentiamo è offrire il nostro contributo a una società plurale, portando una presenza che nasca da un’esperienza cristiana viva»
Questa stessa passione per l’uomo ha prodotto nel tempo opere e iniziative in ambito culturale, economico e sociale. Penso, tra le altre, al Meeting di Rimini, un luogo nel quale persone di provenienze e orientamenti differenti si incontrano per dialogare e costruire insieme percorsi di convivenza e di pace. È per noi motivo di ulteriore riconoscenza, perciò, che, nella stessa giornata di giovedì, sia giunta anche la notizia della partecipazione di papa Leone XIV al prossimo Meeting: un segno di stima e richiamo a una responsabilità.
È una gratitudine il sentimento che prevale oggi in noi, per il dono ricevuto e per il compito che esso comporta. In un tempo segnato dal malessere giovanile, dalla polarizzazione politica, da fratture che attraversano famiglie, istituzioni e comunità, la tentazione può essere quella di occupare spazi altrui o rincorrere impossibili egemonie. Non è questa la nostra strada. L’urgenza che sentiamo è un’altra: offrire il nostro contributo a una società plurale, portando una presenza che nasca da un’esperienza cristiana viva.
Sappiamo di essere piccoli, ma proprio questo ci spinge a essere più audaci, a mettere in gioco la nostra fede negli ambienti in cui viviamo – famiglia, lavoro, scuola e università, impegno civile e politico – per testimoniare che la speranza cristiana è una forza capace di ridestare l’umano.
La causa di beatificazione di don Giussani, di cui ricorre oggi l’anniversario della morte, prosegue il suo cammino perché la Chiesa riconosce in lui un segno di bene per tutti. A noi spetta cogliere in questo riconoscimento una provocazione positiva per le nostre giornate, lontana da ogni tentazione di erigere sterili monumenti. Perché alla storia non servono nostalgie, ma uomini e donne che, con umiltà e coraggio, sappiano ancora scaldare il cuore del mondo.
Tratto da dal sito di comunione e liberazione:
https://www.clonline.org/it/attualita/articoli/prosperi-giussani-repubblica
