Mer. Apr 22nd, 2026

Messa Crismale: chiamati alla santità e al servizio nella Chiesa

In occasione della Messa Crismale del Mercoledì Santo, celebrata il 1° aprile 2026 nella Cattedrale di Tempio Pausania, il Vescovo ha incontrato il presbiterio diocesano, i diaconi e numerosi fedeli, in un momento di intensa comunione ecclesiale. Al centro della celebrazione, la riflessione sul significato del ministero sacerdotale, sulla chiamata alla santità e sulle sfide pastorali del nostro tempo, con uno sguardo fiducioso rivolto al futuro della Chiesa e alle nuove generazioni.

Pubblichiamo, qui di seguito, le parole del Vescovo padre Roberto

Omelia

Fratelli e sorelle carissimi,

è il terzo anno che celebro questa Eucaristia crismale insieme con tutti voi e i carissimi presbiteri e diaconi della Chiesa tempiese ampuriense. Ne sono ancora stupito e un poco intimidito: essere vescovo, centro della comunione di un Presbiterio, garante della fede di questa santa Chiesa di Dio di fronte alla Chiesa Cattolica è cosa grande, non certo proporzionata alle nostre capacità e meriti. Per questo con umiltà e riconoscenza vi saluto tutti nel nome del Signore come fratelli e collaboratori indispensabili. 

Il Servo di Dio Salvatore Vico

Sono trascorsi appena quattro mesi dalla chiusura del processo diocesano per la Causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Salvatore Vico, un presbitero della nostra Diocesi che ha saputo spendersi con generosità e intelligenza, aprendo strade nuove nella nostra chiesa locale e nel mondo all’annuncio del Vangelo e all’esperienza della carità ecclesiale. Il ricordo di lui mi conforta e nello stesso tempo mi comunica un senso di responsabilità vivo: siamo eredi di un patrimonio ricchissimo che non dobbiamo disperdere ma piuttosto fare fruttare. La storia di fede della nostra Chiesa è un talento prezioso e il Signore ci chiederà conto di come l’abbiamo accolto, trafficato e moltiplicato.

Ma saremo davvero capaci di custodire e trasmettere l’eredità che abbiamo ricevuto? Il Signore guardi con misericordia la nostra piccolezza!

Il campo della santità

Sono convinto che la sfida più importante dei prossimi anni si giocherà nel campo della santità; intendo riferirmi, con questo termine, a quella trasformazione che l’incontro con Gesù Cristo, la sua Parola e l’Eucaristia è capace di produrre nella vita di ognipersona. Il futuro appartiene a chi saprà offrire all’uomo le migliori possibilità di crescita nell’amore, nella libertà, nella gioia di vivere e di donare. È su questo che il cristianesimo sarà misurato. Non è un confronto di teorie che ci deve occupare; ma è un confronto di modi concreti di vita.

Il cristianesimo è credibile se, e solo se, riesce a trasformare la vita delle persone rendendola più bella e più buona. Per questo dobbiamo valorizzare soprattutto quelle esperienze di vita cristiana che si presentano con questi tratti: disponibili a lasciarsi istruire dalla realtà, aperte alla verità da qualunque parte provenga, libere dal male e da ogni forma di narcisismo egocentrico, equilibrate nelle relazioni con gli altri, appassionate senza essere fanatiche, rispettose senza essere timide, capaci di custodire la gioia in mezzo alle tribolazioni, creative nel rispondere alle sfide del tempo con stili di vita positivi.

Ciò che affascina nella vita di Gesù è proprio questo: è passato in mezzo agli uomini facendoli essere liberi. Così si è presentato lui stesso nella sinagoga di Nazareth: «[18] (…) per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, [19]e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4, 18-19).

Noi siamo stati toccati e sanati dall’incontro con Gesù e abbiamo la missione di favorire questo incontro liberante e sanante per tutti. Siamo stati consacrati col crisma della regalità e mandati per fare di ogni uomo un re e profeta e sacerdote di Dio. Se, anche di noi potesse essere detto un giorno:

«È passato facendo del bene…» (At 10, 38);

«ha diffuso il buon profumo di Cristo…» (2 Cor 2, 15);

«ha lavato i piedi dei suoi fratelli…» (Gv 13, 12).

Abbiamo nel cuore una stima immensa per quello che l’uomo è, una speranza grande per quello che l’uomo può diventare; la nostra ambizione è poter vedere l’uomo «santo e immacolato al cospetto di Dio» (Ef 1, 4).

Il nostro Presbiterio

Ma questo, naturalmente, richiede che la nostra stessa vita di preti sia così. Non serve che ci affanniamo a fare molte cose se il nostro stile di vita non trasmette gioia e libertà, non stimola le persone a crescere, ad amare, a donare. Per questo sono sempre convinto che il primo servizio che possiamo offrire è la figura di Chiesa che il Presbiterio mostra. Se siamo «un cuore solo e un’anima sola» (At 4, 32), se ci aiutiamo «portando i pesi gli uni degli altri» (Gal 6, 2), se ci stimiamo a vicenda e ci correggiamo gli uni gli altri con amore, se non ci lasciamo afferrare dall’istinto di criticare e di evidenziare subito i difetti, il Presbiterio può diventare esso stesso un annuncio credibile di novità: è possibile vivere gioiosamente così; è possibile vivere senza molti soldi ed essere felici, senza ricerca di prestigio ed essere felici; è possibile aprirsi alle necessità degli altri dimenticando le nostre ed essere felici, conoscere la fatica di vivere e portare la croce stessa ed essere felici!

Naturalmente questo richiede un cammino grande di libertà e di crescita che può essere fondato solo sulla promessa di Gesù:

«[28]Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. [29]Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. [30] Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11, 28-30).

Non ci sono altre strade: solo il rapporto affettuoso e continuo con Gesù ci può permettere di vivere effettivamente questo stile in un contesto di vita che non è certo semplice. Ho detto “rapporto affettuoso con Gesù” e credo sia proprio così. Nella seconda lettura il veggente dell’Apocalisse presenta Gesù come «colui che ci ama» (Ap 1, 5). Non è possibile sentire senza commozione questa espressione al presente. Giovanni non dice, “ci ha amato”, ma «ci ama»; è esperienza attuale che provoca in noi stupore e desiderio di corrispondere: di amare così come siamo amati, di piacere al Signore, di servirlo con disinteresse, di farlo conoscere e di nasconderci dietro di Lui. Credo che questo rapporto amicale con Gesù deve diventare sempre più dominante nella esperienza spirituale del prete e del diacono.

Una pastorale ecclesiale

Abbiamo chiara, infatti, la percezione dei difficili problemi che dobbiamo affrontare all’interno della Chiesa così come all’esterno, nel compito dell’annuncio. All’interno della Chiesa stiamo vivendo ormai da qualche anno una trasformazione radicale che ci chieder intelligenza, coraggio, pazienza e soprattutto fede. La pastorale ecclesiale è sempre stata fondata sul ministero ordinato e il calo del numero dei preti è destinato a rivoluzionare molte cose. Non il senso fondamentale del ministero che è sempre quello – annuncio autorevole della Parola, celebrazione dell’Eucaristia, presidenza della carità che forma la comunità cristiana. Ma nel senso delle attività concrete, dello stile di vita, dell’organizzazione del tempo. L’articolazione della diocesi in vicariati e in futuro in unità pastorali vuole rispondere a questa sfida cercando di conservare quanto più è possibile le eredità del passato ma aprendoci a forme nuove di esistenza. Dovremo procedere su questa strada sperimentando sempre meglio i metodi pastorali che possono fiorire in questa nuova articolazione della diocesi.

Ma il problema che forse è più urgente è quello dello stile di vita del prete; siamo condannati a subire nel prossimo futuro pressioni notevoli dal punto di vista pastorale perché crescono le necessità e diminuiscono le forze. Il rischio è quello di soccombere sotto un peso insopportabile, oppure quello di rassegnarci a praticare un piccolo cabotaggio rispondendo volta per volta alle sollecitazioni e alle richieste che ci sono presentate. 

La civiltà dell’amore

La sfida profetica in questo tempo è quella di costruire una “civiltà dell’amore”, cioè un ordine di convivenza umana dove l’amore sia la struttura e la motivazione di fondo dei rapporti tra le persone e i gruppi sociali. Naturalmente non intendo una società costruita sui sentimenti e sulle emozioni, ma una società fondata su una presa di posizione consapevole, chiara, coerente edefficace a favore della vita dell’uomo, di ogni uomo; una società nella quale economia, scienza, politica, cultura, sport e comunicazione siano tutte realtà animate dalla forza dell’amore che porta ad apprezzare, difendere e valorizzare la vita umana. Che non sia un progetto semplice da realizzare lo dice l’individualismo dal quale sembra che la nostra società sia afferrata; ma che sia un progetto necessario lo dicono gli stessi guasti dell’individualismo che sono evidenti nella nostra società. C’è ora bisogno di recuperare il primato del rapporto interpersonale, il senso di responsabilità, la solidarietà, l’amore.

A partire dal legame di fede che ci unisce a Gesù possiamo contribuire in modo straordinario alla costruzione di una società più umana, più ricca dal punto di vista dei rapporti tra le persone. Questo progetto richiede di mettere in campo tutte le forze che possono operare per una Evangelizzazione autentica: religiosi, preti, diaconi, consacrati, laici. Al centro deve stare chiaramente l’Annuncio del vangelo, ma questo annuncio ha bisogno di incarnarsi in una serie infinita di attività, di realizzazioni, di progetti nei quali il Vangelo trova forma concreta.

Alcuni esempi. Un’educazione scolastica che sappia assumere gli innumerevoli tesori della tradizione cristiana; l’arte in tutte le sue manifestazioni; la letteratura; l’economia orientata al bene della persona umana; la bioetica e il rispetto della vita umana in tutto l’arco del suo sviluppo; la comunicazione nelle sue forme rinnovate: cinema e musica, internet e televisione, l’intelligenza artificiale… i campi di attività sono innumerevoli. L’interrogativo potrebbe essere: come pretendere di gestirli con le pochissime forze di cui disponiamo?

Non pretendiamo di gestirle, non abbiamo nessuna pretesa o desiderio di controllare tutta l’attività di trasformazione della cultura e di Evangelizzazione che la comunità cristiana può mettere in opera. Quello che sogniamo è che il mondo prenda una forma evangelica, non una forma ecclesiastica. È un’attività compiuta da genitori, insegnanti, professionisti e artisti che operano ciascuno nel suo campo con le sue competenze; non pretendiamo affatto che tutto passi attraverso di noi: desideriamo solo sostenere l’attività di tutti i cristiani con l’annuncio della Parola e con l’Eucaristia; e desideriamo che i credenti si sentano concretamente parte di un’unica Chiesa. Ci siamo per questo e desideriamo essere segni e strumenti di unità.

Ho iniziato ricordando Servo di Dio Salvatore Vico. A lui, alla sua intercessione, vorrei affidare il mio e vostro servizio. Ha fatto tanto in questa Chiesa: gli chiedo di continuare a proteggerci, di ottenere per noi dal Signore la saggezza e il suo zelo pastorale, d’impedirci di fare stupidaggini troppo gravi, di sostenerci nei momenti di avvilimento e di stanchezza. Possa la memoria gioiosa e fiera di questo presbitero della nostra diocesi sostenerci sempre nel nostro cammino.

Desidero in conclusione ricordare alcuni anniversari di ordinazione. Innanzitutto il 71° anniversario del decano del nostro presbiterio: Don Giuseppe Delogu, amministratore di Lu Bagnu, che pur non essendo fisicamente presente si unisce a tutti noi nella preghiera. Il 60° anniversario di Giovanni Debidda e Gavino Denau; il 50° di Bruno Ghiotto dei Salesiani; il 40° di Francesco Tamponi e il 25° di Santino Cimino e Clement Nkereuwem. A tutti i nostri auguri di cuore.

By G&A

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