In ogni tempo, quando il mondo sembra perdere il passo e le notti diventano più lunghe, Dio affida a qualcuno una missione silenziosa e luminosa: essere profeti di speranza. Non persone straordinarie per nascita o per ruolo, ma uomini e donne che, pur nella fragilità dei giorni, scelgono di guardare più lontano: oltre il buio, oltre il rumore, oltre la rassegnazione. Essere profeti di speranza significa diventare sentinelle, proprio come quelle descritte nelle Scritture, che vegliano alle porte della città e cercano nell’oscurità il primo segno dell’alba. Sentinelle che non chiudono gli occhi davanti al dolore, ma lo attraversano; che non si arrendono alle paure, ma le trasformano in preghiera; che non cedono alla tentazione del “non cambierà mai nulla”, ma continuano a credere che Dio opera soprattutto lì dove nessuno guarda. La sentinella è la prima a scorgere un raggio di luce che rompe la notte.
Il profeta è il primo a riconoscere che quella luce non è un caso, ma un dono. Entrambi testimoniano che il Signore continua a scrivere storie di risurrezione nel quotidiano. Proprio su questa immagine si è sviluppato l’incontro formativo per catechisti “Profeti di Speranza”, svoltosi ieri nell’aula magna dell’Istituto Euromediterraneo di Tempio Pausania, alla presenza di numerosi catechisti provenienti dalle diverse parrocchie della diocesi e di alcuni sacerdoti. Dopo i saluti istituzionali del vicario episcopale don Andrea Domanski che ha ricordato come i catechisti siano “portatori di speranza” in questo tempo di Avvento, e della professoressa Maria Dolores Angius (Lollo), incaricata della Pastorale per la Catechesi, che ha ringraziato l’équipe dell’Ufficio Catechistico Diocesano introducendo i lavori, la riflessione è stata guidata da don Maurizio Spanu, Don Maurizio Spanu, direttore della Caritas diocesana di Oristano, guida la parrocchia di San Paolo apostolo di Solanas ed è cappellano del carcere di Massama. Il relatore ha proposto una lettura del brano di Isaia 21,1, rifacendosi all’interpretazione di suor Benedetta Rossi. Un brano che si colloca in un contesto di sofferenza e guerra, in cui Isaia descrive una realtà tragica e piena di incertezze. Eppure, proprio lì, il profeta continua a essere voce di speranza. Così il catechista – ha spiegato don Maurizio – deve lasciarsi interrogare dalle vite che gli sono affidate: bambini, ragazzi, famiglie. Deve sentire il loro dolore, le loro fragilità, i loro silenzi. Perché solo chi vede e ascolta davvero può annunciare con autenticità. Isaia, in un altro passo, denuncia le sentinelle cieche, distratte, ripiegate sui propri interessi. È l’immagine di ciò che un catechista non deve diventare. La vera sentinella, infatti, non solo vede, ma ascolta, coglie ogni segno, ogni grido, ogni attesa. Ed è proprio questo il servizio del catechista: un cuore vigile, un orecchio attento, una presenza che sostiene e accompagna. Dopo il dibattito, i partecipanti si sono spostati nella chiesa del Seminario, dove è stata concelebrata la Santa Messa da Mons. Roberto Fornaciari e alcuni sacerdoti della diocesi. La celebrazione è stata animata con grande cura dal Coro parrocchiale “Don Bosco” di Arzachena, che con vari canti ha contribuito a creare un clima raccolto e profondo, sostenendo la preghiera e la meditazione. Il vescovo, nell’omelia di questa prima Domenica di Avvento, ha meditato sul tema dell’attesa: un’attesa che riguarda l’umanità intera, ma anche ciascuno personalmente. Dio passa continuamente nelle nostre vite, ha ricordato, e noi siamo chiamati a vegliare per riconoscerlo. La vigilanza nasce dall’ascolto della Parola, dalla preghiera, dalla vita sacramentale.
Rivolgendosi ai catechisti, ha detto:
«Il vostro ministero è prezioso. Siete inviati a formare alla vita cristiana, parte viva della comunità, discepoli del Signore e testimoni del suo amore. Vivete la vostra chiamata con autenticità, con capacità di relazione, di ascolto, di annuncio».
Il rito del mandato, vissuto con grande emozione, ha concluso la celebrazione. Oggi, più che mai, la nostra Chiesa ha bisogno di sentinelle: di chi annuncia il bene anche quando non fa rumore, di chi custodisce la pace mentre tutto divide, di chi accende fiducia quando prevale la sfiducia, di chi indica il cielo mentre il mondo guarda solo a terra.
Profeti di speranza non si nasce: si diventa, lasciandosi educare dallo Spirito. Sentinelle non si improvvisa: si sceglie, rimanendo vigili, pronti a riconoscere i segni della grazia che fiorisce nelle pieghe della vita. E tra le strade dei nostri paesi, nelle famiglie, nei luoghi dove viviamo e serviamo, possiamo essere anche noi quel seme nascosto che prepara la primavera; quella fiammella umile che non illumina tutto, ma non permette al buio di vincere. In fondo, il mandato che abbiamo ricevuto oggi- come hanno confessato tanti catechisti- ci ricorda questo: la speranza non è un annuncio lontano, è una presenza viva.
E ciascuno di noi può esserne il volto.
Antonella Sedda
















