Ven. Gen 23rd, 2026

Te Deum di fine anno: quattro urgenze per la Chiesa che cambia

Nel Te Deum celebrato nella Cattedrale di Tempio, il vescovo mons Roberto Fornaciari ha affidato alla comunità una riflessione profonda sul tempo che stiamo attraversando, rileggendo la conclusione dell’anno alla luce della gratitudine e della responsabilità cristiana.

A partire da quattro urgenze che attraversano oggi la vita della Chiesa – vulnerabilità, superamento del modello opera-centrico, conversione dell’autorità e impatto del digitale – l’omelia invita a riconoscere il cambiamento in atto non come una crisi da subire, ma come un kairós, un tempo di grazia da abitare con fede adulta e relazioni evangeliche.

Un messaggio che interpella parrocchie, comunità, associazioni e vita consacrata, e che si chiude con l’affidamento a Maria, Madre di Dio, delle attese di pace, giustizia e rinnovamento del mondo contemporaneo.

👉 Di seguito il testo integrale dell’omelia.

31 dicembre 2025 Cattedrale di Tempio

Omelia Messa per il Te Deum di fine anno

Concludiamo l’anno solare; usa in questo giorno fare bilanci, ripensare all’anno che si conclude, riesaminare quanto è accaduto nella nostra vita, e soprattutto rendiamo grazie, per tutte le cose belle che abbiamo vissuto, per le relazioni con persone che abbiamo iniziato o sono riprese, per i momenti che ci hanno permesso di crescere, anche quelli difficili, perché è anche attraverso di essi che si impara e si cresce. Per tutto lodiamo e ringraziamo Dio.

In questa ultima omelia vorrei offrire degli spunti che traggo da un articolo di p. Maurizio Buioni, passionista, che lui offre come punti di riflessione sulla vita consacrata. Penso però che contengano un messaggio, delle istanze, che possano essere utili per tutti, oltre al fatto che occorrerebbe anche tornare a pensare tutti insieme, come Chiesa, alcune questioni sulla vita consacrata. (M. Buioni, Vita consacrata: quattro istanze di cambiamento, in SettimanaNews, 30 dicembre 2025)

Nelle nostre comunità parrocchiali, associazioni, movimenti, confraternite laicali e ovviamente nelle comunità religiose non siamo davanti a una semplice stagione di diminuzione numerica o di chiusura di opere: ciò che sta avvenendo è un cambiamento di volto, un passaggio antropologico e spirituale che chiede di essere ascoltato senza paura.

Le categorie con cui abbiamo interpretato il passato non bastano più, perché oggi emergono urgenze nuove, più radicali, che toccano l’umano prima ancora che le strutture. Queste urgenze non sono problemi da risolvere, ma luoghi teologici in cui lo Spirito continua a parlare, che perciò ci chiedono di metterci in ascolto. Sono soglie: fragili, esigenti, ma generative. E forse proprio qui, dove tutto sembra incerto, può nascere qualcosa di nuovo.

1. La prima urgenza è la più nascosta e la più decisiva: la vulnerabilità. Non quella spiritualizzata, né quella negata, ma quella reale, quotidiana, che attraversa comunità e persone, clero, religiosi e laici. Fragilità psicologica, solitudini non dette, stanchezza accumulata, burnout spirituale: non sono eccezioni, ma il nuovo contesto umano in cui la vita è chiamata a vivere.

Per troppo tempo abbiamo pensato la vita nelle nostre comunità, movimenti, la stessa vita consacrata come luogo di forza, coerenza, stabilità. Oggi scopriamo che è invece luogo di umanità ferita, e che proprio lì può rivelarsi il Vangelo, perché la ferita può divenire luogo di rivelazione.

La vulnerabilità non è un ostacolo alla vita cristiana, o a una consacrazione: è il suo grembo generativo. È il punto in cui la vita smette di essere ideale astratto e diventa carne, storia, verità.

La domanda non è come eliminare la fragilità, ma come abitarla senza esserne travolti, lasciando che diventi spazio di incontro e non di vergogna. 

In questo senso, la vulnerabilità diventa un criterio teologico: misura la qualità evangelica delle relazioni, la maturità delle comunità, la verità della missione. Una vita che non sa attraversare la vulnerabilità rischia di diventare difensiva, rigida, autoreferenziale. Una vita che la assume, invece, diventa più umana e più evangelica.

2. La seconda urgenza è un terremoto silenzioso: la fine del modello opera-centrico.

Per decenni la missione della Chiesa e delle comunità religiose è stata identificata con le opere: scuole, ospedali, case di accoglienza, parrocchie, istituzioni educative. Oggi molte di queste opere chiudono, si trasformano, sono consegnate. Non è un fallimento: è un passaggio necessario.

La missione non può più coincidere con ciò che facciamo. È il tempo di passare dalle opere ai processi, dalla gestione alla presenza, dall’efficienza alla prossimità. 

In particolare, la vita consacrata è chiamata a diventare leggera, itinerante, capace di abitare gli interstizi della società, non solo le sue strutture. Questo non significa rinunciare alla missione, ma ritrovarne il nucleo evangelico: la capacità di generare vita senza possederla, di accompagnare senza occupare spazi, di essere presenza che apre possibilità.

In un mondo liquido, dove tutto cambia rapidamente, la vita consacrata è chiamata a una presenza altrettanto flessibile e profetica.

E qui si vede il legame con la vulnerabilità: una vita consacrata meno protetta dalle opere è una vita più esposta, ma anche più libera.

3. La terza urgenza è la più dolorosa e la più necessaria: la questione dell’autorità a tutti i livelli: parrocchie, movimenti, comunità religiose. Gli abusi spirituali, le dinamiche di controllo, le forme sottili di infantilizzazione non sono casi isolati: sono segnali di un immaginario dell’autorità che deve essere ripensato alla radice.

Non basta correggere gli eccessi: serve una conversione dell’autorità. L’autorità evangelica non possiede, non trattiene, non controlla. È generativa, libera, adulta. È capace di accompagnare senza sostituirsi, di guidare senza dominare, di custodire senza soffocare. A volte mi pare che non venga compreso il modo in cui esercito il ministero episcopale, che si confonda una dinamica accompagnativa con la debolezza, si confonde un guidare senza dominare con la mancanza di attenzione.

La vita cristiana non può più permettersi comunità che producono dipendenza invece che libertà. La credibilità passa da qui. 

Non si tratta solo di prevenire abusi, ma di ripensare la forma stessa della vita fraterna: relazioni non gerarchiche, ma generative; autorità non paternalistiche, ma dialogiche; obbedienza non infantile, ma responsabile.

Anche qui il legame con la vita consacrata e le altre urgenze è evidente: una vita consacrata vulnerabile e non protetta dalle opere richiede forme di autorità più umane, più adulte, più capaci di generare responsabilità.

4. La quarta urgenza è la più nuova e la più trascurata: la nostra vita personale e l’impegno pastorale nell’era digitale. Il digitale non è un mezzo: è un ambiente antropologico. Cambia il modo di pensare, di relazionarsi, di discernere, di esercitare l’autorità, di vivere la missione.

Il digitale modifica la percezione del tempo, la costruzione dell’identità, la qualità delle relazioni. Introduce nuove forme di prossimità e nuove forme di solitudine. 

Anche il magistero recente invita a riconoscere il digitale come ambiente di vita e di evangelizzazione (cf. Papa Francesco, Christus vivit, 2019, nn. 86-90).

Il digitale, inoltre, mette alla prova tutte le altre tre urgenze: amplifica la vulnerabilità, chiede nuove forme di autorità, apre spazi di missione non legati alle opere.

Queste quattro urgenze non sono un elenco di problemi, ma un invito alla rigenerazione per le nostre comunità. La vita delle nostre parrocchie, delle associazioni, delle confraternite e la vita consacrata non sono finite: stanno cambiando volto. Il futuro non sarà delle opere, ma delle presenze libere. Non delle strutture, ma delle relazioni umane sane. Non dei numeri, ma della credibilità. Non della forza, ma della vulnerabilità abitata.

È un tempo difficile, ma anche un tempo di grazia. Un kairós da non perdere. In particolare la vita consacrata può ancora dire una parola profetica alla Chiesa e al mondo, se accetta di attraversare questo passaggio non come una sconfitta, ma come una nascita.

Alla fine dell’anno del Signore 2025, ringraziamo Dio per tutte le occasioni e possibilità che ci ha concesso, per la fede nella quale abbiamo perseverato, per l’amore che abbiamo ricevuto e offerto. Poniamo le nostre speranze in Maria, la Madre del Redentore, confidando nella sua sollecitudine. A lei, Madre di Dio e Madre nostra affidiamo le attese di pace del mondo contemporaneo, le attese dei nostri giorni così pieni di fatti significativi, così ricchi di profonde mutazioni. A lei affidiamo l’intenso desiderio che la giustizia e l’amore prevalgano su tutte le tentazioni di violenza, di vendetta, di corruzione. A lei chiediamo che la parola del Vangelo, la voce di Cristo Redentore, possa raggiungere il cuore di tutti gli uomini attraverso la missione della Chiesa.

Vescovo Roberto

By G&A

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