Nella solennità dell’ordinazione presbiterale di Don Alessandro Suelzu, celebrata oggi, 31 gennaio 2026 nella Cattedrale di Tempio Pausania, il vescovo mons. Roberto Fornaciari ha proposto un’intensa e profonda omelia, centrata sul ministero sacerdotale come servizio umile, gratuito e trasformante. Ispirandosi alla vocazione di Geremia, al Vangelo secondo Giovanni e alla seconda lettera ai Corinzi, il vescovo ha indicato al nuovo presbitero – e a tutta la Chiesa – la via dell’annuncio autentico e della luce che rifulge nel volto di Cristo.
Pubblichiamo il testo integrale.
Ordinazione presbiterale di Don Alessandro Suelzu
31 gennaio 2026 Cattedrale Tempio Pausania
Con la scelta delle letture per questa liturgia di ordinazione, Alessandro ci ha offerto la vocazione di Geremia. Essa risale allo sguardo amoroso di Dio che ha avvolto Geremia quando egli ancora non esisteva. Dio lo ha “messo da parte” per sé, perché divenisse “profeta delle genti”, annunziatore della parola di Dio a Israele e a tutti i popoli. Una vocazione che mostra come l’incontro con il Signore cambia in profondità, non semplicemente nell’espressione esteriore della fede, non nell’accettazione di una dottrina, ma trasforma la sua esistenza, lo pone in uno stato d’animo completamente nuovo.
Abbiamo anche sentito il Vangelo di Giovanni parlare del fatto che è necessaria una trasformazione significativa quando si desidera servire il Signore. Qui vediamo un cammino di trasformazione che è essenziale, che ci si aspetta dal discepolo, da ogni discepolo, il morire a se stessi per raggiungere la vita piena.
Alessandro ci ha offerto anche un passo paolino, dalla seconda Corinzi, su cui vorrei soffermarmi per la meditazione sul ministero.
L’apostolosi presenta come ministro del Vangelo «secondo la misericordia che ci è stata accordata», cioè non è certamente per un merito suo, per doti umane particolari di cui lui sia portatore, ma è solo per una scelta libera e gratuita e immeritata da parte di Dio.
Subito dopo leggiamo: «abbiamo rifiutato le dissimulazioni vergognose», quindi senza nascondere niente del Vangelo, neanche quello che può fare difficoltà. «(…) senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio», quindi nessuna tattica per ottenere il consenso o per fare pressioni sugli ascoltatori: «ma annunziando apertamente la verità, e presentandoci davanti a ogni coscienza umana, al cospetto di Dio». Non fa appello a degli interessi, non cerca di incantare le persone, per riuscire in qualche modo a manipolare la loro adesione. Si presenta inerme davanti alla coscienza dell’uomo. «Inerme», cioè semplicemente con il Vangelo, con la forza che viene dalla rivelazione.
Questo porta ad una stupenda definizione del ministero : «[5]Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù» (2 Cor 4, 5).
Quindi la predicazione non è predicazione di se stessi – Paolo non cerca consensi –, ma l’unica cosa che gli interessa è la gioia di Cristo, la gloria del Signore, cioè quello che annuncia il Vangelo. Quindi dirigendo l’attenzione degli uomini non su di sé, per ottenere un riconoscimento di qualunque genere, ma su Gesù per condurre alla fede e all’amore in Lui. «(…) non predichiamo noi stessi», non ci interessa essere grandi a motivo della fede degli ascoltatori.
“Predichiamo Cristo Gesù Signore”. “Signore” perché gli siamo sottomessi, e vogliamo sottomettere a Gesù la gente, e non a noi… ci mancherebbe altro che la gente fosse sottomessa a noi! È a Cristo che deve essere sottomessa, insieme con noi; la comunione nasce esattamente da lì: siamo tutti in grado di riconoscere Gesù come nostro Signore. «(…) quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù». Ci interessa solo la vostra vita, il vostro cammino di fede.
«[6]E Dio, che disse: “Rifulga la luce dalle tenebre”, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2Cor 4, 6). Ricordate il primo giorno della Creazione, quando in mezzo al caos dell’origine, Dio pronuncia quella parola: «Sia la luce! E la luce fu» (Gen 1, 3). Quel momento è l’inizio dell’ordinamento del mondo, il caos incomincia a prendere forma, e ci si comincia a vedere, quello che era tenebra è mandato indietro dalla creazione della luce.
Ebbene, a Paolo è capitato qualche cosa del genere (cfr. At 26, 9-18), perché quando stava andando a Damasco all’improvviso una luce lo ha accecato, e da quel momento in poi Paolo ha visto le cose in tutt’altro modo. Di Gesù Cristo ne aveva sentito parlare anche prima, e se ne era fatto una idea, della chiesa e del credente aveva una sua visione. Ma da quel momento sulla via di Damasco è cambiato tutto, è stato per lui come il primo giorno della creazione, come quando Dio ha detto «Sia la luce», e le tenebre che ricoprivano gli occhi di Paolo si sono dileguate. E che cosa ha visto? Ha visto Cristo glorioso, risplendente della luce di Dio, e quella visione non si è più cancellata dalla memoria del cuore di Paolo.
Penso che alla fine anche l’atto di fede è sempre “vedere la gloria di Dio sul volto di Cristo”, anche se non in modo così splendente. È il mettersi davanti a Dio con la coscienza e dire con la coscienza che Gesù Cristo ha ragione, che il modo giusto di pensare e di vivere e di morire è il Suo; è dire, come dice Pietro: «[68] Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; [69]noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6, 68-69).
È dire una parola di questo genere, è una illuminazione: «(…) né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16, 17).
Tutto questo però in vasi di argilla, immagine della nostra persona umana. Vaso d’argilla è l’Apostolo con la sua intelligenza e la sua volontà, è un povero uomo. Per dire che tutta questa gloria di cui abbiamo parlato è contenuta in un recipiente di pochissimo valore, anzi è giusto, è necessario che sia così: «[7] abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi».
C’è un commento ebraico stupendo al libro del Deuteronomio che dice: “Come il vino non può essere conservato in recipienti d’oro o d’argento ma solo in quello che è il minimo valore tra i recipienti, cioè in vaso d’argilla, così anche le parole della Torah possono essere conservate solo da uno che si umilia…”.
“Solo da uno che si umilia”, perché se uno è arrogante è insopportabile! Che una persona arrogante porti un tesoro come il Vangelo è assolutamente insopportabile, diventa oppressivo per chiunque. Solo l’umiltà, solo l’essere piccoli, il sapere di valere niente, può permettere di portare il tesoro del Vangelo.
Quindi il “vaso d’argilla” è necessario! È necessario perché l’uomo non si faccia grande, e perché chi ascolta non si senta oppresso dall’uomo, perché possa riconoscere che è la potenza di Dio ad agire. È la potenza di Dio dentro al Vangelo, non la potenza o la grandezza dell’Apostolo.
Questa consapevolezza ha portato Alessandro qui davanti a noi, perché è stato chiamato, ed è pronto a promettere che desidera servire il Signore, il Signore Gesù Cristo, Dio suo Padre, con la forza dello Spirito, servire i suoi fratelli e la Chiesa. Il suo cammino proseguirà sulla strada della vita dove potrà veramente sentire, giorno dopo giorno, la chiamata di Dio, che implica il lasciarsi cambiare, il lasciarsi trasformare, il lasciarsi convertire. Poiché questo era vero per Paolo, come lo è anche per noi oggi: convertirsi attraverso l’incontro con il Signore, convertirsi per diventare un ministro del Vangelo.
Questo è ciò che hai scelto, fratello mio che sei qui davanti a noi, chiedendo l’ordinazione presbiterale. Hai scelto la forza che viene da Cristo e dal suo Vangelo, anche se sembra che la fragilità minacci costantemente questa forza. Hai scelto la gioia di essere con Cristo, che dona questa preziosa speranza, giorno dopo giorno. Hai scelto di credere che seppur le lotte dell’umanità, che già conosci, non cesseranno mai, sei inviato, siamo invitati, nella gioia della fede e nella forza della speranza, a non arrenderci mai di fronte a ciò che potrebbe essere un ostacolo, a ciò che potrebbe essere l’inevitabilità del male, a ciò che potrebbe essere il rifiuto di ogni fraternità.
Hai scelto questa strada e desideri proseguire. Hai già sperimentato che questa relazione con Cristo può riempirti di una tale speranza che le battaglie future sono già vinte, anche se, giorno dopo giorno, devi armarti di coraggio, pazienza, comunione e gioia di fronte a queste stesse difficoltà. E soprattutto, richiedendo il sacramento dell’Ordine, hai deciso di riporre la tua assoluta fiducia nel Signore stesso. Lo hai già visto e potrai ancora vederlo, che quando ci troviamo in compagnia degli uomini e delle donne che il Signore pone sul nostro cammino, accadono cose davvero straordinarie. E sai che non sei tu, tu personalmente, la causa di questo, ma Colui che abita nel tuo cuore e non ha mai smesso di trasformarti, e non cesserà mai di farlo.
Ricevendo il sacramento dell’Ordine del presbiterato, riponi la tua fiducia in Colui che agisce e sceglie di agire attraverso di te.
Celebrando l’Eucaristia come prete, servendo come sacerdote per riconciliare attraverso il sacramento della Penitenza, e ministrando negli altri sacramenti, comprenderai gradualmente la vera fonte della pace che dimora in te e continuerà a dimorare in te, e che vedrai anche nei tuoi fratelli e sorelle a cui il Signore ti manda. Di nuovo, non cercare gloria da questo, ma semplicemente, e sempre con gioia, rendi grazie al Signore, insieme alla Chiesa, che sa di poter contare solo sul Signore. La Chiesa che canta e prega senza sosta: nei monasteri e nelle umili chiese dei paesi, nelle cattedrali e nelle stanze più appartate, negli ospedali e nelle carceri, per strada e nelle famiglie, tra i disperati e i soli… la Chiesa che prega per la nascita di nuovi discepoli, amanti della Scrittura e predicatori, teologi e catechisti, pastori e umili servitori… La Chiesa che tiene aperte le porte delle sue chiese e accompagna quanti vi entrano alla ricerca della verità, del bene e del dono di sé.
E Dio, che veglia sempre sulla Chiesa, ti guidi e ti protegga con la grazia dello Spirito, perché tu possa adempiere generosamente la tua missione di presbitero.























